sabato 29 ottobre 2011

Direttore Coldiretti Campania - Prisco Lucio Sorbo

                                             
 

Da luglio 2010 il Dott. Prisco Lucio Sorbo è il Direttore della Federazione Regionale Coldiretti Campania e della Federazione Provinciale Coldiretti Napoli.
Di origini campane, sposato e padre di tre figli, Sorbo è dottore in Agraria, con laurea conseguita presso l'Università di Napoli.
La sua esperienza professionale inizia nel 1970 quando, ancora studente, collabora con un'azienda tabacchicola in qualità di responsabile e fiduciario nei rapporti tra produttori e trasformatore.
Arriva in Coldiretti nel 1985, quando viene assunto presso la federazione provinciale di Caserta, dove si occupa del settore tecnico ed economico. Dopo un periodo di direzioni provinciali, nel 2000 approda ai vertici della federazione regionale della Calabria. Qui rimane fino alla nomina a capo di Coldiretti Toscana. Dal 21 settembre 2009, Sorbo assume la direzione di Coldiretti Bologna, dove metterà la propria esperienza al servizio dell'obiettivo principale di Coldiretti: dare concretezza e forma al progetto nazionale per una filiera agricola tutta italiana.
"Filiera agricola tutta italiana" e "filiera corta" sono infatti i due perni dell'attività del nuovo direttore di Coldiretti Campania e Coldiretti Napoli, assicura Sorbo, in continuità con il lavoro svolto da Amendolara. "E' motivo per me di grande orgoglio ricoprire questo incarico - commenta a caldo -. E' semplice impostare un percorso di continuità su questo territorio, che ospita tante eccellenze da valorizzare sempre di più". Il neo direttore lavorerà per "dare risalto ai prodotti agricoli italiani per quello che sono, nella reciprocità tra prodotto e territorio".
Sorbo intende dare alle imprese associate un servizio di massima efficienza e sostegno nella competizione sui mercati, dando disponibilità a quello spirito di squadra che per Coldiretti è un valore aggiunto a disposizione dei soci.
Il presidente di Coldiretti Campania Gennaro Masiello e la numero uno di Coldiretti Napoli Filomena Caccioppoli sottolineano che "sarà un cambio di direttore che non produrrà strappi o effetti bruschi; passeremo da una valida professionalità a un'altra altrettanto valida".

BEATO GIOVANNI PAOLO II – “Il Gigante di Dio”

« Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! 
Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! 
Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! 
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! »





Giovanni Paolo II, al secolo, Karol Józef Wojtyła, nacque a Wadowice, città a 50 km da Kraków (Polonia), il 18 maggio 1920. Era l’ultimo dei tre figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941. La sorella, Olga, era morta prima che lui nascesse.Fu battezzato il 20 giugno 1920 nella Chiesa parrocchiale di Wadowice dal sacerdote Franciszek Zak; a 9 anni ricevette la Prima Comunione e a 18 anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di CracoviaQuando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia,
il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del “Teatro Rapsodico”, anch’esso clandestino.Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale avvenuta a Cracovia il 1̊ novembre 1946, per le mani dell’Arcivescovo Sapieha.Successivamente fu inviato a Roma, dove, sotto la guida del domenicano francese P. Garrigou-Lagrange, conseguì nel 1948 il dottorato in teologia, con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce (Doctrina de fide apud Sanctum Ioannem a Cruce). In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowić, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università cattolica di Lublino la tesi: “Valutazione della possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler“. Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.Il 4 luglio 1958, il Venerabile Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak.Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia dal Servo di Dio Papa Paolo VI, che lo creò e pubblicò Cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967, del Titolo di S. Cesareo in Palatio, Diaconia elevata pro illa vice a Titolo Presbiterale.Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-1965) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Il Cardinale Wojtyła prese parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi anteriori al suo PontificatoI Cardinali, riuniti in Conclave, lo elessero Papa il 16 ottobre 1978. Prese il nome di Giovanni Paolo II e il 22 ottobre iniziò solennemente il ministero Petrino, quale 263° successore dell’Apostolo. Il suo pontificato è stato uno dei più lunghi della storia della Chiesa ed è durato quasi 27 anni.Giovanni Paolo II ha esercitato il suo ministero con instancabile spirito missionario, dedicando tutte le sue energie sospinto dalla sollecitudine pastorale per tutte le Chiese e dalla carità aperta all’umanità intera.
  • I suoi viaggi apostolici nel mondo sono stati 104.
  • In Italia ha compiuto 146 visite pastorali.
  • Come Vescovo di Roma, ha visitato 317 parrocchie (su un totale di 333).
Più di ogni Predecessore ha incontrato il Popolo di Dio e i Responsabili delle Nazioni : alle Udienze Generali del mercoledì (1166 nel corso del Pontificato) hanno partecipato più di 17 milioni e 600 mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose [più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000], nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo.
Numerose anche le personalità governative ricevute in udienza:
  • 38 visite ufficiali;
  • 738 udienze o incontri con Capi di Stato;
  • 246 udienze e incontri con Primi Ministri.
Nel 1985, cominciò  la sua opera con
le Giornate Mondiali della Gioventù.
Furono 19  le edizioni della GMG che si sono tenute nel corso del suo Pontificato , allae quali hanno partecipato i milioni di giovani di varie parti del mondo. I suoi incontri mondiali dedicati allla famiglia  da lui iniziati  ebbero inizio a partire dal 1994.Giovanni Paolo II ha promosso con successo il dialogo con gli ebrei e con i rappresentati delle altre religioni, convocandoli in diversi Incontri di Preghiera per la Pace, specialmente in Assisi.Sotto la sua guida la Chiesa si è avvicinata al terzo millennio e ha celebrato il Grande Giubileo del 2000, secondo le linee indicate con la Lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente. Essa poi si è affacciata al nuovo evo, ricevendone indicazioni nella Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, nella quale si mostrava ai fedeli il cammino del tempo futuro.Con l’Anno della Redenzione, l’Anno Mariano e l’Anno dell’Eucaristia, Giovanni Paolo II ha promosso il rinnovamento spirituale della Chiesa.Ha dato un impulso straordinario alle canonizzazioni e beatificazioni, per mostrare innumerevoli esempi della santità di oggi, che fossero di incitamento agli uomini del nostro tempo. Ha celebrato:
  • 147 cerimonie di beatificazione e proclamato 1338 beati;
  • 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi.
Ha proclamato Dottore della Chiesa santa Teresa di Gesù Bambino.
Egli ha proclamato la Festa della Divina Misericordia
in occasione della  canonizzazione di Faustina Kowalska, l’apostola della Divina Misericordia, il 30 aprile del 2000.
Discorso Giovanni Paolo II
Ha notevolmente allargato il Collegio dei Cardinali, creandone 231 in 9 Concistori (più 1 in pectore, che però non è stato pubblicato prima della sua morte). Ha convocato anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.
Ha presieduto 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi:
  • 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990, 1994 e 2001),
  • 1 assemblea generale straordinaria (1985),
  • 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).
Tra i suoi documenti principali si annoverano :
  1. 14 Lettere encicliche,
  2. 15 Esortazioni apostoliche,
  3. 11 Costituzioni apostoliche,
  4. 45 Lettere apostoliche.
Ha promulgato il Catechismo della Chiesa cattolica, alla luce della Tradizione, autorevolmente interpretata dal Concilio Vaticano II. Ha riformato i Codici di diritto Canonico Occidentale e Orientale, ha creato nuove Istituzioni e riordinato la Curia Romana.
Ha scritto 5 libri
1.     “Varcare la soglia della speranza” (ottobre 1994);
2.     “Dono e mistero“: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio” (novembre 1996);
3.     “Trittico romano“, meditazioni in forma di poesia (marzo 2003);
4.     “Alzatevi, andiamo!” (maggio 2004);
5.     “Memoria e Identità” (febbraio 2005).
Giovanni Paolo II è morto in Vaticano il 2 aprile 2005, alle ore 21.37, mentre volgeva al termine il sabato e si era già entrati nel giorno del Signore, Ottava di Pasqua e Domenica della Divina Misericordia.
Da quella sera e fino all’8 aprile, quando hanno avuto luogo le Esequie del defunto Pontefice, più di tre milioni di pellegrini sono confluiti a Roma per rendere omaggio alla salma del Papa, attendendo in fila anche fino a 24 ore per poter accedere alla Basilica di San Pietro-
Il 28 aprile successivo, il Santo Padre Benedetto XVI ha concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte, per l’inizio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II.
La Causa è stata aperta ufficialmente il 28 giugno 2005 dal Card. Camillo Ruini, Vicario Generale per la diocesi di Roma. Il 2 aprile 2007, a due anni dalla morte, nella Bas. di S. Giovanni in Laterano, lo stesso cardinale ha dichiarato conclusa la prima fase diocesana del processo di beatificazione, consegnando le risultanze alla Congregazione per le Cause de Santi.
Al 1° aprile 2009, le segnalazioni di presunti miracoli al vaglio della Congregazione per le Cause de Santi erano 251.
Il 19 dicembre 2009, con un decreto, che ne attesta le virtù eroiche, è stato proclamato venerabile
Il 14 gennaio 2011 Benedetto XVI ha promulgato
il decreto che attribuisce un miracolo all’intercessione di Papa Giovanni Paolo II.
Secondo quanto riportato dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi,si tratta della guarigione dal morbo di Parkinson (lo stesso di cui ha sofferto Giovanni Paolo II)della religiosa francese suor Marie Simon-Pierre, avvenuta la sera de 2 giugno 2005.
La cerimonia di beatificazione ha avuto luogo in Piazza S. Pietro il 1° maggio 2011, Domenica della Divina Misericordia (festa istituita dallo stesso Giovanni Paolo II ) Durante questo evento, trasmesso in mondovisione, oltre un milione e mezzo di fedeli, provenienti da tutto il mondo, ha affollato la piazza e tutte le strade circostanti. Circa 90 sono state le delegazioni internazionali che hanno presenziato alla cerimonia.
« Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà.
Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo, perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell’uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre. »
E ha concluso, visibilmente commosso, in questi termini :
« E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli è rimasto sempre una “roccia”, come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno. Così egli ha realizzato in modo straordinario la vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt’uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nella Chiesa. »

Quando Halloween diventa la notte degli orrori.

A fine pagina La testimonianza di due fidanzati, adescati in un bar e condotti a un «party»di Halloween, finito in tragedia: «Ci drogarono e subimmo violenza»





Nessun dolcetto, né scherzetto. Ma droga   e stupri e sangue. «Non eravamo mai stati a una festa di Halloween: ci sembrava una cosa stupida e superficiale. Ma questa persona di mezza età, così distinta, così educata e cortese che ci invitò con garbo ad andarci, ci convinse. Soprattutto per la curiosità, una volta, di vedere».
Nel 2005 aveva ventuno anni Carmen (nome di fantasia, ndr) e il suo fidanzato due di più. Lo incontravano da tempo, quel signore distinto di mezza età, quasi ogni mattina nel bar dove facevano colazione, al centro di questa cittadina del Nord Italia. Spesso avevano scambiato quattro chiacchiere a modo: non che fossero diventati amici, ma lui abilmente, senza fretta, aveva saputo conquistarsi la fiducia dei due ragazzi. E alla fine diede loro l’indirizzo dove ci sarebbe stata quella festa di Halloween alla quale li aveva così amabilmente invitati.
Arrivarono, la sera del 31 ottobre di tre anni fa, in un casolare di campagna, isolato, deserto tutt’intorno. «Appena entrammo ci sembrò una cosa un po’ ridicola, perché erano tutti in maschera, sebbene con abiti molto lugubri e tetri: streghe, vampiri, streghe, zombie». Una cinquantina di persone, forse poco di più, donne e uomini.
Due grandi sale e nessuna luce elettrica: soltanto candele, dappertutto. Musica, neppure troppo alta, in uno dei due stanzoni. «Quasi subito ci sentimmo imbarazzati: io e il mio ragazzo eravamo gli unici a non essere mascherati, a non avere il volto coperto». Il distinto signore non aveva detto loro che la ‘festa’ sarebbe stata in maschera.
«Mangiammo. Bevemmo cocktail alla frutta, ricordo che alcuni sapevano di fragola e altri di lampone». Non tutti i bicchieri li presero dal buffet, alcuni li porse loro sempre quel signore di mezza età e non ci fecero caso, poiché era assai gentile come al solito e com’era stato anche ogni mattina al bar.
Verso la fine della cena accadde qualcosa che «ci colpì molto», continua a raccontare Carmen con la voce che le si fa un filo: «Nella sala più grande entrò un uomo vestito completamente di nero, con un grande mantello ed un cappuccio sul volto. E tutti, nessuno escluso, tranne noi due, si misero in ginocchio ». S’avvicinò ad ognuno, lentamente, e a ciascuno impose le sue mani, mentre «tutti s’erano messi a parlare una lingua incomprensibile ». Ne furono assai «impressionati» entrambi. Pensarono tuttavia «fosse una specie di gioco che facesse parte delle feste di Halloween». Non conoscevano il mondo dell’occulto: «Credevamo che certe cose che si leggono o si sentono fossero solamente fantasie e invenzioni».
Perché però a quel punto non andarsene via e tornare a casa? Carmen e il fidanzato ci provarono. «Avevo mal di testa, nausea, mi girava la testa, volevo uscire – ricorda lei – andai verso la porta, ma era chiusa a chiave. Chiesi aiuto al mio ragazzo, ma neanche lui si sentiva bene e neanche lui riuscì ad aprire la porta, non ci riuscimmo nemmeno provando insieme». E qui finiscono i suoi, i loro, ricordi: barcollano sfumando nei giramenti di testa sempre più forti e infine in un buio vuoto.
Si risvegliò per primo lui verso le quattro del mattino. Scosse subito lei che dormiva ancora. Era nuda, completamente, aveva molti tagli sulle braccia e sul corpo, graffi, lividi e altri segni di abuso. Erano da soli: nel casolare non c’era più nessuno. La loro auto era ancora parcheggiata lì fuori, lui la portò al pronto soccorso dell’ospedale più vicino. Furono sottoposti a molti esami ed analisi. Lei aveva subìto violenze sessuali ed entrambi nel sangue avevano della Ketamina (una droga anestetica, utilizzata soprattutto in veterinaria, che deprime il sistema nervoso centrale, riduce la frequenza cardiaca e respiratoria e abbassa la pressione).
Qualche giorno, più tardi lui, il fidanzato di Carmen – che oggi è suo marito – tornò in quel casolare. E ci trovò il proprietario: «Dovete far finta che non sia mai accaduto nulla», disse l’uomo al ragazzo. «Cerchiamo di capirci subito: non dovete approfondire, ma lasciar perdere. Se non volete avere dei ‘problemi’ quella sera per voi non c’è mai stata ». Carmen era terrorizzata. Le arrivavano telefonate anonime. Non riuscì più ad uscire di casa per tantissimo tempo. Venne seguita da uno psicoterapeuta. Dovette spostarsi e, per un anno, andare a vivere col suo fidanzato a qualche centinaio di chilometri dalla loro cittadina, nella quale però non incontrarono mai più quel signore «di mezza età, così distinto, educato e cortese».
È stato terribile per lei dover rivivere, raccontandolo al cronista, quella notte. Non voleva farlo. Ci ha pensato a lungo. Alla fine ha solamente chiesto l’anonimato più assoluto, perché ha deciso di «far sapere, soprattutto ai giovanissimi che pensano a questa festa come a un appuntamento molto bello e molto ‘ cult’, che proprio la notte di Halloween si fanno cose orrende». Perché «i ragazzi vanno messi in guardia, tanto, chiaramente, senza timori di andare controcorrente, soprattutto le ragazze».
Socchiude gli occhi, fa un respiro lento e profondo: «Oggi, quando penso ad Halloween, capisco che la mia vita è stata rovinata – dice prima di salutarci –. E che di questa rovina porto i segni sulla mia anima e sulla mia pelle».”

Halloween origini di una festa NON CATTOLICA


 



Le origini di Halloween sono antichissime: risalgono all’epoca in cui Francia, Irlanda, Scozia e Inghilterra erano dominate dalla cultura celtica, prima che l’Europa cadesse sotto il dominio di Roma.
Per i Celti l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio, come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed inziava la stagione delle tenebre e del freddo.
Alla fine di ottobre il lavoro nei campi era concluso, il raccolto era al sicuro ed i contadini potevano finalmente rilassarsi, preparandosi a vivere chiusi in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende.
Ovviamente questo era il pretesto per organizzare la vigilia del 1° novembre la festa più importante dell’anno, una sorta di Capodanno dedicato a “Samhain”.
“Samhain” era una divinità, era considerato il Signore della Morte e il Principe delle Tenebre.
I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 Ottobre, Samhain chiamasse a sè tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge.
In questo giorno tutte le leggi dello spazio e del tempo erano come sospese e il velo che divideva il mondo dei vivi dal mondo dei morti si faceva più sottile, permettendo alle anime di mostrarsi, di comunicare con i viventi e di divertirsi alle loro spalle, fecendo scherzi ed impaurendoli con le loro apparizioni.
“Samhain” era una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno.
La notte del 31 ottobre i Celti si riunivano nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e facevano sacrici animali. Vestiti con maschere grottesche ritornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro.
Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.
In Irlanda si diffuse la tradizione di lasciare qualcosa da mangiare e del latte da bere fuori dalla porta, in modo che gli spiriti passando potessero rifocillarsi e decidessero di non fare degli scherzi agli abitanti della casa.
Attraverso le conquiste romane Cristiani e Celti vennero in contatto. Durante il periodo della cristianizzazione dell’Europa, la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì. Nel tentativo di far perdere significato ai riti legati alla festa di Samhain, nell’ 835 Papa Gregorio Magno spostò la festa di Ognissanti, dedicata a tutti i santi del Paradiso, dal 13 Maggio al 1° Novembre.
Tuttavia l’influenza del culto di Samhain non fu sradicata e per questo motivo la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa: il 2 Novembre, Giorno dei Morti dedicato alla memoria delle anime degli scomparsi, che venivano festeggiati dai loro cari, mascherandosi da santi, angeli e diavoli e accendendo dei falò.
In inglese Ognissanti si chiama All Hallows’ Day; la vigilia del giorno di Ognissanti, cioè il 31 ottobre, si chiama All Hallow’ Eve. Queste parole si sono trasformate prima in Hallows’ Even, e da lì ad Halloween il passo è stato breve.
 Nonostante i tentativi della Chiesa cristiana di eliminare i riti pagani di Samhain, Halloween è rimasta una festa legata al mistero, alla magia, al mondo delle streghe e degli spiriti.
Tra il 1845 e il 1850, a causa di una malattia che devastò le coltivazioni di patate, circa 700.000 Irlandesi emigrarono in America, portando con sè le loro usanze, tra cui anche quella di festeggiare Halloween.
Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare party. Pare che ogni anno gli Americani spendano due milioni e mezzo di dollari in costumi, addobbi, feste per il 31 ottobre!
L’abitudine di mascherarsi in occasione di Halloween deriva probabilmente dall’usanza celtica di indossare pelli di animali e maschere mostruose durante i riti di Samhain e dell’accensione del Fuoco Sacro, per spaventare gli spiriti e tenerli lontani dai villaggi.
L’usanza dei bambini di bussare alle porte delle case gridando Trick or treat, che significa più o meno dolcetto o scherzetto, deriva dall’usanza dei Celti di lasciare cibo e latte fuori dalla porta, nella speranza di ingraziarsi gli spiriti ed evitare le loro malefatte.
Quando gli Irlandesi arrivarono in America, scoprirono che le zucche erano molto più adatte di cipolle e rape per la costruzione delle tradizionali lanterne di Halloween. Quindi la tradizionale Jack o’lantern, simbolo incontrastato di questa festa, è ricavata da una zucca solo da circa 100 anni.









venerdì 28 ottobre 2011

Quando Gianfry sgridava la presidente Pivetti: "La terza carica dello Stato sia super partes"


 

Nel 1995 il leader del Fli la attaccò perché anti berlusconiana: "La terza carica dello Stato ha il dovere di essere imparziale e super partes". Adesso deve aver cambiato idea. La sua pensione da giornalista? Lavorati solo sei anni su trenta

                                                   
  
«La terza carica dello Stato ha il dovere di essere imparziale e super partes». Chi l’ha detto? Il ministro Gelmini dopo lo scontro con Gianfranco Fini a Ballarò? Il premier Berlusconi dopo che il medesimo Fini ha fondato un nuovo partito? No. Sono parole proprio dell’attuale presidente della Camera. Le disse da parlamentare semplice contro l’occupante della poltrona numero 1 di Montecitorio. Era il 13 febbraio 1995 e l’allora presidente si chiamava Irene Pivetti.
La leghista era in una situazione paragonabile al Fini di oggi. Il Carroccio era uscito dalla maggioranza eletta dalle urne e la Pivetti era tra i più agguerriti critici di Berlusconi. Comprensibile che il neoeletto presidente di Alleanza nazionale, rimasto a fianco del Cavaliere, avesse il dente avvelenato.
L’episodio è ricordato nel libro La corsa per il Colle appena scritto dal vicepresidente del Senato Domenico Nania, uno che Fini lo conosce bene. «Se Irene Pivetti non dovesse correggere le dichiarazioni rese al congresso della Lega, dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di rimettere il mandato di presidente della Camera - tuonò Fini in aula - le sue dichiarazioni sono oggettivamente gravi perché offensive nei confronti di alcuni parlamentari e del leader del partito di maggioranza relativa». Cioè Berlusconi. «I primi li ha definiti traditori, il secondo addirittura come un uomo che non crede nella democrazia o, peggio, che per la democrazia stessa rappresenta una minaccia». Sembra ieri.
«Non vale dire che parlava non come presidente della Camera, perché Irene Pivetti è il presidente della Camera - proseguiva Fini - la sua è stata una evidente dimostrazione di irresponsabilità politica. La terza carica dello Stato ha il dovere di essere imparziale e super partes». Osserva Nania nel libro: «Oggi che Fini è diventato politicamente corretto, ritiene che chi rivesta un incarico di così alto prestigio può tenere il piede in due scarpe, interpretando un ruolo politico fuori della Camera e un ruolo di garanzia all’interno dell’Aula?».
Il doppiopesismo è un brutto vizio della politica italiana. Predicare bene e razzolare male. Gianfranco Fini ha rimproverato a Umberto Bossi di non voler toccare le pensioni perché la moglie Manuela è a riposo da quando aveva 39 anni. Vergogna. Morte ai privilegi. Eppure Fini, quando raggiungerà l’età della quiescenza, godrà di due vitalizi: quello da parlamentare e quello da giornalista, pur avendo lavorato soltanto sei anni. Al Secolo d’Italia ha prestato la sua opera dal 1977 al 1983, poi si è messo in aspettativa e ha dato le dimissioni nel 2007 con 30 anni di contributi. L’assegno sarà basato in buona parte sui contributi figurativi e per un’altra parte su versamenti all’Inpgi (l’istituto previdenziale della categoria), come prevede una legge del 1999 per i giornalisti in aspettativa perché eletti a cariche politiche.

Strage di via D'Amelio, Borsellino senza giustizia Sono in libertà sette ergastolani "innocenti"

Il pasticcio della strage Borsellino che ha portato ieri sette ergastolani "innocenti" a uscire di prigione è il pasticcio dei pasticci. Era il 1992 quando il giudice fu massacrato con 5 agenti di scorta. E ora, dopo diciannove anni, non ci sono nemmeno più colpevoli

                                              
  Il pasticcio della strage Borsellino che ha portato ieri sette ergastolani «innocenti» a uscire di prigione è il pasticcio dei pasticci. È il pasticcio dei pm nisseni che hanno seguito passo passo, senza indugi, il pentito-mitomane Vincenzo Scarantino. È il pasticcio dei giudici di primo, secondo e terzo grado che hanno creduto alle schizofreniche rivelazioni/ritrattazioni di questo semianalfabeta che giurò d’aver portato lui in via d’Amelio, dopo averla rubata, la Fiat 126 piena di esplosivo. È il pasticcio brutto dei poliziotti, indagati per calunnia aggravata, che avrebbero truccato le carte e suggerito a Scarantino cosa dire e cosa no in verbali scarabocchiati a penna. Duole dirlo, ma è pure il pasticcio dei giornalisti professionisti (dell’antimafia) che se mai si sono domandati se quel che urlavano al vento i difensori avesse fondamento e meritasse uno straccio di approfondimento, adesso cavalcano un’altra strada impervia, altrettanto rischiosa: quella asfaltata dallo squalificato Massimo Ciancimino, sommo teorico della «trattativa» fra Stato e Antistato, dispensatore di «papelli» taroccati, protagonista di interrogatori riveduti e corretti in corso d’opera.
Il pasticcio dei pasticci, comunque, riguarda i pentiti, perché a Scarantino (inattendibile) oggi viene preferito il collega Gaspare Spatuzza, che sembra aver dimostrato di sapere come andarono materialmente le cose in quella stradina senza uscita di Palermo il 19 luglio 1992, ma che quando s’è trattato di salire di livello fino a Berlusconi s’è beccato dell’«inaffidabile» al processo contro il senatore Marcello Dell’Utri, salvo ritrovare una patente di credibilità sulle stragi del ’93 al processo al boss Tagliavia a Firenze.
La notizia di ieri era attesa da più di uno anno, e rischia di essere solo un antipasto del cataclisma che sta per abbattersi su chi avallò e difese quelle indagini. La corte di appello di Catania nel dichiarare inammissibile per motivi tecnici (in attesa di future condanne) l’istanza di revisione avanzata dalla procura di Caltanissetta sul processo per la morte del giudice Borsellino e degli agenti di scorta, ha disposto l’immediata sospensione della pena e la scarcerazione degli otto ex ergastolani. Anzi, di sette di loro (compreso Scarantino) perché Gaetano Scotto avendo sul groppone altre condanne definitive dovrà attendere l’espiazione completa della pena prima di tornarsene a casa. Il sestetto di ergastolani (più Scarantino) che da sempre, in ogni sede, si sono dichiarati innocenti accusando di reiterate menzogne Scarantino sulla falsariga di quanto già dichiarato da altri pentiti di maggior calibro come Cangemi, Di Matteo e La Barbera (i loro confronti, devastanti per l’attendibilità di Scarantino, vennero incredibilmente segretati per anni dagli inquirenti che li misero a disposizione degli avvocati solo dopo esposti mirati) sono gli incensurati Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Gaetano Murana mentre Giuseppe La Mattina, Natale Gambino e Salvatore Profeta hanno precedenti associativi che nulla c’entrano con via D’Amelio.
Rosalba Di Gregorio, difensore di quattro degli otto condannati per la strage, da anni attendeva con ansia questo giorno. «Queste notizie si commentano da sole. Comunque meglio tardi che mai per fare giustizia. Per anni abbiamo lottato contro una palese ingiustizia, che era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ci ha dato retta nonostante le falsità conclamate, documentate, riscontrate, del signor Scarantino». Già, Scarantino. L’uomo che il giorno della strage non poteva aver scortato all’alba l’auto col tritolo in via D’Amelio perché la moglie giurò d’avergli portato il caffè a letto alle 7 del mattino. L’uomo che sussurrava ai pm e che poi gli si è rivoltato contro giurando che non sapeva niente di niente e che l’avevano costretto a dire, e sottoscrivere, solo «bugie». L’uomo che confessa, ritratta e poi ritratta la ritrattazione. L’uomo che si è detto, amoreggiasse, con due trans, che tirava cocaina, che nessun capomafia conosceva se non come meccanico della Guadagna senza alcuna affidabilità e nonostante questo ritenuto in grado di svolgere il compito più delicato della strage. Non dalla Cupola ma dalla giustizia italiana, che oltre a imbarazzarsi oggi deve provare vergogna.

giovedì 27 ottobre 2011

Se nel Pd "veltroniano" diventa un'offesa, il rottamatore Renzi continua a dividere il Pd

Giuseppe Civati, consigliere regionale lombardo del Pd, ed ex "rottamatore", prende di mira Renzi: "Dice tutto e il suo contrario, non so cosa abbia in mente. Oggi i veltroniani stanno tutti con lui". Ma il sindaco di Firenze, alla vigilia del Big Bang, tira dritto: "Finalmente si discute di contenuti"

                                                 Matteo Renzi
  Una volta erano amici. Ora lo sono molto meno. Giuseppe (Pippo) Civati, consigliere regionale lombardo del Pd, per alcuni mesi si è mosso a braccetto con Matteo Renzi. Erano loro i motori del movimento dei "rottamatori". Poi hanno iniziato a discutere e, dopo qualche incomprensione, ognuno è andato per la sua strada. Alla vigilia del "Big Bang" di Renzi, in programma a Firenze nel weekend, Civati tira un siluro al suo vecchio amico: "Mi sembra molto veltroniana l’iniziativa che farà sabato e domenica". Poi spiega il suo ragionamento: "I veltroniani oggi stanno tutti con Renzi, ieri è uscito un comunicato stampa in cui molti dei cosiddetti veltroniani dicono che andranno alla Leopolda - afferma Civati - il messaggio che finora Renzi ha mandato sulla nuova Leopolda è molto generico: dice che si vuole candidare ma non si candida, che vuole farlo con il Pd ma non nel Pd, che vuole parlare di politica ma non di primarie. Non so cosa abbia in mente".
Il sindaco di Firenze rivendica con orgoglio la propria iniziativa:  "Invaderemo la discussione del Pd, portando esempi, proposte concrete e suggerimenti, con tante persone che verranno da fuori, dalla società civile". Poi Renzi fa alcuni esempi: "Dal preside della scuola del quartiere Zen di Palermo, fino al capo degli imprenditori di Savona. Aprirà i lavori il direttore di Casa clima, agenzia sul risparmio energetico più interessante a livello europeo". Sicuramente un parterre interessante che, per certi versi, ricorda la trasmissione di Fazio e Saviano, "Vieni via con me".
Renzi, che solitamente sta al gioco e scherza con tutti, a chi gli fa notare che gli ospiti della Leopolda sono poco di sinistra, risponde così: "Se fossero un decimo di sinistra di come siamo noi sul risparmio energetico e sul consumo di suolo, questa sinistra sarebbe molto più vincente". Poi cerca di gettare acqua sul fuoco: "Sarà un’iniziativa in positivo, con il sorriso. Non capisco chi protesta prima ancora di cominciare. Prima aspettate ed ascoltate quello che abbiamo da dire, poi criticate". D'accordo o no con lui, è difficile, su questo punto, dare torto al sindaco di Firenze.
Ma alla fine, dopo la kermesse e gli inevitabili titoli sui giornali, Renzi cosa farà (da grande)? Lui mette le mani avanti: "Uno o una di noi, cioè di ragazzi più giovani, dovrà candidarsi: non si potranno fare le primarie solo con Bersani, Vendola, Di Pietro e basta". Ecco, dunque, l'obiettivo del sindaco di Firenze: "Le primarie vanno fatte perché se non ci sono le primarie, non c’è il Pd. Il Pd è nato con le primarie". Bersani e i maggiorenti del Pd saranno d'accordo? Per il momento pare di no. La linea dei dirigenti democratici, ribadita più di una volta, è quella di indicare un solo candidato alle primarie per tutto il partito. Dunque si preannuncia battaglia. Bisognerà capire se Renzi avrà abbastanza forza - e alleati - per andare fino in fondo.