sabato 19 marzo 2011

Vietti bacchetta Cascini: "Stavolta ha sbagliato".

Il Vice Presidente del Csm contro il segretario dell'Anm che ieri aveva attaccato il governo.




Roma - Sulle barricate contro la riforma della giustizia. La proclamazione, a partire da oggi, dello stato di agitazione dei magistrati, contro la riforma della giustizia proposta dal governo, è la proposta sostenuta dal presidente dell’Anm, Luca Palamara, innanzi al parlamentino delle toghe riunito nella sede di piazza Cavour. Palamara chiama i giudici alla "mobilitazione generale" con momenti organizzativi che saranno definiti in seguito e incontri con le più alte cariche dello Stato. Ieri il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, ha definito la maggioranza di governo non legittimata, moralmente e culturalmente, a proporla.
Il ruolo del parlamento "La giunta dell’Anm non vuole sostituirsi al parlamento ma esprimere, con motivazioni tecniche, da operatori della giustizia, i rischi presenti nella riforma proposta dal governo che allarma e preoccupa tutta la categoria perchè intacca l’assetto costituzionale diminuendo le garanzie per i cittadini" ha detto ancora il presidente dell’Anm al parlamentino delle toghe dove è in corso la discussione sulla riforma della giustizia e sulle iniziative che l’Anm intende prendere per contrastarla.
Vietti bacchetta Cascini "Cascini è un magistrato apprezzato da tutti, e da me per primo, per la sua serietà e per la sua professionalità: ma questa volta ha sbagliato" dice il vice presidente del Csm, Michele Vietti a proposito delle dichiarazioni del segretario dell’Anm secondo cui "il governo non ha la legittimità morale, culturale, politica e storica per affrontare il tema della riforma costituzionale della giustizia". "Capita a tutti noi in qualche occasione di scivolare sulle parole e perciò non mi scandalizzo - dice Vietti -. Ma ha sbagliato perché la riforma proposta dal governo si può criticare, anche radicalmente, ma senza far ricorso ad argomentazioni moralistiche sulla legittimazione dei proponenti, che finiscono per trasformarsi in un boomerang per chi le utilizza e per fare il gioco di chi si vuol contraddire".


Enzo Cannavale: così ironico, così napoletano.

Vincenzo Cannavale è morto all'età di 83 anni. Celebre cabarettista, aveva recitato al cinema e in teatro con registi come De Filippo, Risi e Germi, diventando popolare grazie alla serie "Piedone" con Bud Spencer e alla commedia erotica italiana.




C’era quel bel film di Dino Risi, diciamo l’Operazione San Gennaro che replicano senza pietà da quarant’anni. Oppure un qualche Piedone con Bud Spencer, qualcosa di Neri Parenti o ancora gli sketch con Bombolo. Ciascuno nella propria memoria ha per forza un Enzo Cannavale, un caratterista così autentico da riuscire a piegare il proprio carattere a ciascun ruolo e, soprattutto, a recitare ruoli che dopo nessuno sarebbe più stato in grado di recitare allo stesso modo. E’ morto ieri nella sua Napoli pochi giorni prima di festeggiare gli 83 anni, era assente dalle scene più o meno da un anno: aveva recitato, e qui la smorfia napoletana qualcosa dovrà pur spiegare, in un episodio de I delitti del cuoco di Alessandro Capone che si intitolava I morti non fanno paura.
Quando si dice il destino.
Enzo Cannavale ha fatto molto ridere, da vivo, ha divertito specialmente quella generazione di nati tra gli anni Quaranta e Sessanta che nella sua recitazione autentica, di sapienza innata e popolana, ha scoperto, non avendo altre possibilità, la battuta grezza eppure recitata in modo sofisticato, l’improvvisazione furibonda e ineguagliata (lui e tutti i napoletani, da Totò in giù, sul set improvvisavano che è un piacere), e i personaggi che erano noi, sì noi italiani con gli spaghetti al dente e un partigiano come presidente, con l’abito della festa e la canottiera in cucina, furbi sì ma senza smettere di esser romantici, e lavativi in tutto tranne che nelle cose che contano.
Enzo Cannavale, un po’ bassetto, i capelli mai visti sulla fronte, un volto neorealista che inevitabilmente piacque a Pietro Germi (lo volle in Alfredo Alfredo del 1972) e una verve che Eduardo De Filippo, mica uno qualunque, fece esordire a teatro nel 1959 in Sogno di una notte di mezza sbornia, dunque Enzo Cannavale non era l’attore che faceva il film, lui sempre defilato per vocazione e pigrizia, ma era l’attore che gli dava carattere perché dominava il ridicolo, ne diventava più forte, e conservava quel candore adolescente che persino nelle commedie in giarrettiere e buchi della serratura, già quelle dei Corbucci o dei Samperi che avevano titoli pazzeschi come La signora gioca bene a scopa? oppure John Travolto da un insolito destino o ancora Tutta da scoprire, riusciva ad arginare lo sbracamento, era insomma il furiere di buon senso in una caserma di colonnelli bavosi.
Ovviamente, nonostante le tournèe con De Filippo o Aldo Giuffè, i film con Nanni Loy e Marco Ferreri, il Nastro d’argento come miglior non protagonista nel dimenticabile 32 dicembre di De Crescenzo e persino un pezzo di Oscar per Nuovo cinema Paradiso di Tornatore, si è preso la sua bella dose di pernacchie della critica e di indifferenza della sua Napoli, i primi, i critici con il pedigree rigorosamente radical chic, indispettiti dalla ferocia bonaria e popolana della sua recitazione e dei copioni nei quali la disperdeva. E la seconda allora troppo impegnata, vuoi mettere, a lavarsi via la napoletanità per celebrarne gli eroi come lui che, da Castellamare di Stabia 5 aprile 1928 fino a oggi, l’hanno esaltata con quella comica schiettezza o la buffa, tragica cortigianeria che ti insegnava la miglior scuola di recitazione di Napoli, la strada con la sua gente.

venerdì 18 marzo 2011

No Fly Zone: Stanotte prima prova di forza. Caccia sorvoleranno i cieli libici.

Domani il vertice tra Onu, Unione africana, Ue e Lega araba, ma francesi e inglesi pensano a azione dimostrativa. Approvata la no fly zone su Tripoli con bombardamenti di postazioni aeree e contraeree del regime del rais. L'Italia fornirà sette basi aeree, più aerei e uomini. Obama: "Subito il cessate il fuoco o attacchiamo". Il figlio del Colonnello: "Non abbiamo paura" e il regime bombarda Misurata. Poi Gheddafi minaccia l'inferno. Il ministro degli Esteri sospende gli attacchi ai ribelli, ma sembrano solo parole.



Tripoli - La prima risposta è un'alzata di spalle. L'Onu adotta la risoluzione 1973 che impone il cessate il fuoco immediato e lo stop agli attacchi ai civili in Libia e la replica immediata di Gheddafi è un bombardamento su Misurata e una minaccia all'Occidente: "Vi aspetta l'inferno". Ma la Francia è decisa, con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, a usare la forza per imporre la no fly zone nel Paese. E caccia militari francesi e inglesi potrebbero sorvolare i cieli libici come azione dimostrativa anche prima del vertice tra Onu, Unione africana, Ue e Lega araba. Intanto il Colonnello viene ricondotto a più miti consigli. Il rais manda in tv il suo ministro degli Esteri che parla di un "cessate il fuoco immediato. Sospesi gli attacchi ai ribelli e le operazioni militari, per rispetto della decisione dell'Onu". Tutto in stand by, dunque. Si attendono le prossime mosse. Con Parigi cauta: "La minaccia non è cambiata".
Il rais minaccia Gheddafi ha promesso "l’inferno" a coloro che proveranno ad attaccare la Libia. Lo ha riferito la tv locale, a poche ore dall’approvazione della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che autorizza l’uso della forza contro il regime di Tripoli. "Se il mondo è impazzito, diventeremo matti anche noi. Risponderemo. Trasformeremo la loro vita in un inferno" ha dichiarato Gheddafi in un’intervista concessa alla tv portoghese Rtp qualche ora prima che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvasse la risoluzione che autorizza l’uso della forza in Libia. "Cos’è questo razzismo, questo odio? Cos’è questa pazzia?" si è chiesto il Colonnello.
Il rais minaccia Gheddafi ha promesso "l’inferno" a coloro che proveranno ad attaccare la Libia. Lo ha riferito la tv locale, a poche ore dall’approvazione della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che autorizza l’uso della forza contro il regime di Tripoli. "Se il mondo è impazzito, diventeremo matti anche noi. Risponderemo. Trasformeremo la loro vita in un inferno" ha dichiarato Gheddafi in un’intervista concessa alla tv portoghese Rtp qualche ora prima che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvasse la risoluzione che autorizza l’uso della forza in Libia. "Cos’è questo razzismo, questo odio? Cos’è questa pazzia?" si è chiesto il Colonnello.
L'Italia in campo L’Italia, nel quadro dell’attuazione della risoluzione Onu per la crisi in Libia, potrebbe mettere a disposizione della coalizione internazionale non solo le basi militari, ma non è escluso neanche un coinvolgimento di mezzi e uomini. Questa l’indicazione emersa dalla riunione del consiglio dei ministri straordinario a Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha riferito al Cdm che "ogni decisione" sulla crisi in Libia "viene adottata in accordo con il presidente della Repubblica" e che "il parlamento sarà costantemente informato ai fini delle decisioni che intenderà adottare".  
Le basi e gli aerei Tra gli assetti messi a disposizione dell’Italia vi è la "forte capacità di neutralizzare radar e ipotetici avversari" in Libia "e su questo potrebbe esserci una nostra iniziativa: possiamo intervenire in ogni modo" ha detto La Russa in parlamento. Il governo chiederà "l’autorizzazione" alle Camere di "aderire alla coalizione di volenterosi" cui spetterà far rispettare la risuluzione Onu sulla Libia. L’Italia interverrà con gli altri paesi disponibili e con le organizzazioni internazionali, "offrendo le basi, ma senza nessun limite restrittivo all’intervento, quando si ritenesse necessario per far rispettare la risoluzione Onu" e garantire la tutela dei cittadini. Sono sette le basi aeree che l’Italia può mettere a disposizione in relazione alla situazione in Libia: Amendola, Gioia del Colle, Sigonella, Aviano, Trapani, Decimomannu e Pantelleria. Quanto all’eventuale impiego di aerei, probabile l’utilizzo dei caccia F-16 e degli Eurofighter. Possibile anche il ricorso agli Harrier Av8. Particolarmente adatti alla missione di bombardamento delle difese aeree nemiche, riferisce una fonte, sarebbero inoltre i Tornado, che furono impiegati per compiti analoghi in Kosovo, assieme a velivoli tedeschi. 
La risoluzione Onu Il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 1973 che autorizza la no fly zone sulla Libia e il ricorso a "tutte le misure necessarie" per proteggere la popolazione civile dalla minaccia rappresentata dalle forze leali al Colonnello, fatta eccezione per un intervento terrestre. La misura è stata varata con dieci voti favorevoli, zero contrari e cinque astenuti, tra cui Cina e Russia, che non hanno esercitato il proprio diritto di veto, e Germania. Funzionari americani ed europei hanno subito fatto sapere che un attacco aereo contro le forze fedeli a Gheddafi è possibile "nell'arco di ore". E nella notte il presidente degli Stati uniti Barack Obama ha chiamato il capo di stato francese Nicolas Sarkozy e il primo ministro britannico David Cameron per coordinare una strategia: "La Libia deve conformarsi immediatamente alla risoluzione e le violenze contro la popolazione civile devono finire" hanno concordato i tre leader. Subito dopo il voto dell’Onu, anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha avuto un colloquio con il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta per discutere della situazione in Libia. Della discussione è stato informato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


Villaggio dei Ragazzi: Il Riesame conferma le accuse, i 5 indagati rimangono in carcere.

Confermate le tesi accusatorie sostenute dalla Procura e dal Gip di Santa Maria Capua Vetere. Una professoressa è accusata di molestie sessuali ai danni di bambini di 11 anni, quattro educatori di maltrattamenti. Riascoltati anche alcuni dei piccoli accusatori, che hanno confermato tutto.



SANTA MARIA CAPUA VETERE - ll tribunale del Riesame di Santa Maria Capua Vetere ha confermato le misure cautelari emesse dal gip samaritano nei confronti di quattro educatori e un insegnante del "Villaggio dei Ragazzi" di Maddaloni, che restano dunque agli arresti domiciliari. Essi sono accusati di maltrattamento di minori e, nel caso della docente di scuola media, di abuso sessuale di minore. I pm hanno riascoltato anche alcuni dei ragazzi sentiti dalla Squadra mobile della Questura di Caserta, che hanno confermato e rafforzato le accuse mosse ai quattro educatori.

Mr. Finocchiaro imbarazza la moglie. E' saltato l’appalto da 350mila euro

Pd nella bufera dopo l’annullamento della gara vinta dalla società che fa capo al consorte della presidente dei senatori democratici.

 

 

 

Un caso dopo l’altro e il Pd siciliano sprofonda negli scandali. Tra l’arresto del deputato regionale Gaspare Vitrano, fermato dopo aver intascato una mazzetta da 10mila euro, le proteste dello storico dirigente di Legambiente e della sinistra siciliana, Giuseppe Arnone (che ha affittato dei camion tatsebao, con manifesti 6x3, per spiegare ai big romani del Pd le malefatte del partito sull’isola) non si placano le polemiche per lo scandalo sanitario che ha investito il marito della senatrice Pd Anna Finocchiaro, Melchiorre Fidelbo, che chiama in causa anche l’ex ministro della Salute, Livia Turco, e soprattutto esponenti della giunta guidata da quel Raffaele Lombardo eletto col centrodestra e sostenuto ora da una maggioranza ribaltonista guidata dal Pd.
La storia d’appalti, riassumibile in poche righe, s’è conclusa con la revoca della gara da 350mila euro per l’informatizzazione del Presidio territoriale assistenziale (Pta) di Giarre assegnato dalla Regione alla Solsamb srl del marito ginecologo della senatrice Pd, senza gara d’appalto e alla velocità della luce, eppoi sospeso dopo che gli ispettori dell’assessorato alla Sanità ne avevano sancito l’illegittimità e dopo che la procura di Catania aveva aperto un’inchiesta sulla procedura amministrativa, con un blitz della Finanza nelle stanze dell’assessorato per acquisire la documentazione. La Solsamb, dove è ad il consorte della Finocchiaro, il 30 luglio ottiene dalla Regione il finanziamento. L’accordo parte da lontano, viene raggiunto grazie all’avallo tecnico-politico dell’ex ministro alla Salute del governo di Romano Prodi, Livia Turco, che nel 2007, anno in cui viene presentata la prima versione del progetto, e quando la Regione era guidata da quel Salvatore Cuffaro arcinemico della Finocchiaro, dà il suo consenso per il finanziamento. Quando l’affare arriva in porto, i protagonisti vengono immortalati mentre tagliano il nastro per l’inaugurazione del Pta del comune-roccaforte dell’Mpa: sono Melchiorre Fidelbo, la moglie Anna, l’ex ministro Livia Turco e anche l’ex pm oggi assessore alla Sanità Massimo Russo (indagato per abuso d’ufficio, insieme al presidente Lombardo, per una vicenda relativa all’inchiesta sulle nomine dei dirigenti generali esterni all’amministrazione regionale).
L’immagine è l’emblema dello scandalo. Le tappe dell’affaire: la Solsamb si costituisce il 26 settembre del 2007, solo due mesi prima della presentazione del progetto di una «Casa della salute» (embrione del Pta) formalmente proposto dal «Consorzio sanità digitale», di cui la Solsamb fa parte. Appena quattro giorni dopo, è il 24 novembre 2007, il progetto approda sul tavolo dell’Azienda sanitaria provinciale che in pochi giorni dà l’avallo e trasmette il tutto alla Regione. Ventiquattr’ore dopo la richiesta per il finanziamento viene indirizzata al ministro Turco. Tutto fila liscio, ma nel 2008 a Cuffaro subentra Lombardo, che batte proprio la Finocchiaro. Il nuovo governatore avvia la riforma sanitaria e chiede al Consorzio che ingloba la Solsamb di rinnovare il progetto. La «Casa della salute» diventa Pta e il progetto passa di esclusiva pertinenza della Solsamb. L’assessorato alla Salute concede il finanziamento ministeriale di 506.398 euro al Pta di Giarre, e la convenzione fra il dg lombardiano dell’Asp Giuseppe Calaciura, e la srl di Fidelbo viene firmata il 30 luglio, a circa due mesi dalla nascita del Lombardo quater, sostenuto dal Pd della Finocchiaro.
Alla società del consorte vanno 350mila euro, e il 15 settembre la Solsamb incassa 175mila euro con la previsione di ricevere in due anni, a progetto completo, «una somma di importo proporzionale ai finanziamenti che saranno successivamente erogati in ragione dell’importo riferito al progetto iniziale». Tradotto: un milione e 200mila euro. Tutto illegittimo, come confermato dai due ispettori nominati dall’assessore alla Sanità Massimo Russo, ex pm della Dda. Che successivamente scovano numerose anomalie che portano a sancire l’illegittimità dell’appalto assegnato al marito della battagliera senatrice Pd.  

Crocifisso nelle scuole: l'Italia vince la battaglia, non vìola i diritti umani.

La Corte europea dei diritti dell'uomo mette la parola fine alle polemiche sui crocifissi nelle scuole. Una battaglia durata cinque anni.



Strasburgo - Storica vittoria dell'Italia a Strasburgo: dopo 5 anni di dibattito la Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo ha infatti assolto il Paese di violare i diritti umani con la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche non vìola i diritti umani. La decisione della è stata approvata con 15 voti favorevoli e due contrari. I giudici hanno accettato la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni del simbolo della religione cattolica.
Dibattito rinviato ai giudici nazionali La Corte di Strasburgo ha però osservato che non è sua competenza prendere posizione in un dibattito, quale quello sul valore del simbolo rappresentato dal crocefisso, ancora aperto all’interno del Paese tra le principali istituzioni giuridiche nazionali, il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione. Quello che è certo, comunque è che l’obbligo di presenza del crocefisso nelle aule scolastiche "non può essere ritenuto indottrinamento da parte dello Stato". Secondo la Corte, infatti, il crocifisso "è un simbolo essenzialmente passivo" e la sua influenza sugli alunni non può essere paragonata all’attività didattica degli insegnanti. 
La soddisfazione di Frattini e Vaticano "Oggi ha vinto il sentimento popolare dell'Europa - ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, protagonista in prima linea della battaglia - La decisione interpreta soprattutto la voce dei cittadini in difesa dei propri valori e della propria identità. Mi auguro che dopo questo verdetto l'Europa torni ad affrontare con lo stesso coraggio il tema della tolleranza e della libertà religiosa". Soddisfatto anche il Vaticano, che, attraverso la sua emittente Radio Vaticana, ha commentato: "La vittoria oggi non è solo dell’Italia ma anche degli altri Paesi e di tutti coloro che ritenevano assurdo imporre la rimozione del Crocifisso dalle aule scolastiche. Resta da ricordare che parliamo della Corte che fa capo al Consiglio d’Europa, cioè l’organismo a 47 Paesi distinto dall’Unione Europea".
Cinque anni di dibattito Una battaglia approdata alla Corte di Strasburgo il 27 luglio 2006. Allora l’avvocato Nicolò Paoletti presentò il ricorso con cui Sonia Lautsi, cittadina italiana nata finlandese, lamentò la presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica frequentata dai figli, ritenendo tale presenza un’ingerenza incompatibile con la libertà di pensiero e il diritto ad un’educazione e ad un insegnamento conformi alle convinzioni religiose e filosofiche dei genitori. La prima sentenza della Corte (9 novembre 2009) diede sostanzialmente ragione alla signora Lautsi, affermando la violazione da parte dell’Italia di norme fondamentali sulla libertà di pensiero, convinzione e religione e scatenando un’ondata d’indignazione. Il Governo italiano, a quel punto, ha domandato il rinvio alla Grande Chambre della Corte, ritenendo la sentenza 2009 lesiva della libertà religiosa individuale e collettiva come riconosciuta dallo Stato italiano. La Grande Camera, accettata la domanda di rinvio, ha ascoltato le parti in causa, Stato italiano e legale ricorrente, rinviando ad oggi la sua decisione definitiva. Nel merito dei contenuti giuridici, la questione è stata affrontata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini in una serie di riunioni dedicate alla riflessione sulle argomentazioni da utilizzare nel ricorso sulla sentenza Lautsi. Il titolare della Farnesina ha personalmente presieduto due riunioni interministeriali (17 dicembre 2009 e 21 gennaio 2010) che hanno consentito rispettivamente di migliorare e formalizzare la memoria difensiva con il consenso di tutti gli attori coinvolti. Frattini ha contestualmente inviato ai suoi omologhi dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa una lettera esplicativa della posizione italiana in merito alla questione come rappresentata nella memoria difensiva, presentata alla Corte, al fine di poter ricevere un sostegno non solo politico ma fattivo sul piano processuale, cioè un intervento degli Stati come ’terzì a favore dell’Italia. Hanno risposto positivamente intervenendo a favore nostro nel giudizio davanti alla Corte San Marino, Malta, Lituania, Romania, Bulgaria, Principato di Monaco, Federazione Russa, Cipro, Grecia e Armenia. 

giovedì 17 marzo 2011

Patto Stato-mafia: interrogati dai pm Scalfaro e Ciampi balbettano

La revoca del carcere duro ai boss voluta dal ministro della Giustizia Conso dopo le stragi del '93 al centro dell'inchiesta della procura di Palermo. Ciampi: "Non ricordo". Scalfaro più sicuro: "Mai saputo nulla" e Conso si assume tutta la responsabilità di quella retromarcia: «Era opportuno dare dei segnali di distensione».  .




Non ricordano. O forse non sanno. Non hanno mai saputo. E balbettano risposte striminzite. Due presidenti, un solo silenzio. Quello che sigilla il cratere aperto nel novembre ’93 dall’allora Guardasigilli Giovanni Conso: incredibilmente il ministro della giustizia non prorogò il 41 bis per circa trecento mafiosi. Un gesto inspiegabile in un momento drammatico di lotta a Cosa nostra, in piena emergenza, e dopo i mesi terribili delle bombe ai monumenti. Lo Stato si chinò, anzi s’inchinò davanti alle mani insanguinate dei boss, ma Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi non sanno. Forse, non hanno mai saputo. Oggi, comunque, non ricordano. Anche perché i fatti affiorano dopo tanto tempo. E la responsabilità ricade tutta sulle spalle dell’enigmatico Conso che oggi mette a verbale la soluzione umanitaria: «Credevo in assoluta buona fede che, a fronte delle stragi che erano da poco avvenute, era più opportuno, onde evitare di acuire ancor di più la tensione, non accanirsi con i detenuti e dare dei segnali di distensione».
Un buco nero, zero didascalie. Scalfaro mette subito le mani avanti: «Voglio subito precisare che, più in generale, sia quando ero ministro che successivamente ricoprendo la carica di presidente della Repubblica, nessuno mi ha mai messo al corrente né io ebbi altrimenti notizie di alcun genere su presunte trattative fra lo Stato e la criminalità organizzata». Possibile? «Avevo frequenti interlocuzioni - prosegue Scalfaro - con il prefetto Vincenzo Parisi, allora capo della polizia, per motivi istituzionali era un funzionario che stimavo profondamente per la sua professionalità. Posso dire con assoluta certezza che nulla ebbe a dirmi, durante il lungo periodo in cui abbiamo intrattenuto rapporti, circa una possibile trattativa fra Stato e mafia, né al riguardo del 41 bis e di possibili connessioni con l’applicazione di quel regime penitenziario e gli episodi stragisti del ’93». E la mancata proroga del carcere duro per i trecento mafiosi? «Mai saputo nulla», è la risposta laconica. Ma Scalfaro, che è un politico navigato, uno dei padri della Repubblica, ha una sua interpretazione: «Oggi, avendo recentemente appreso tale notizia dagli organi di stampa, posso soltanto supporre, pur non avendo nessuna conoscenza in merito, che quella decisione sia stata presa dal ministro Conso per ragioni di umanità nei confronti dei detenuti». Scalfaro riflette un attimo, poi rafforza la pista buonista: «Il ministro Conso è sempre stata persona di grande sensibilità umana ed è possibile che per tale ragione, consultandosi coni suoi collaboratori, abbia adottato quella decisione».
È il 15 dicembre 2010 quando Scalfaro e Ciampi vengono ascoltati dai pm di Palermo che cercano conferme alla loro difficile inchiesta sulla trattativa fra Cosa nostra e lo Stato. Trattativa che sarebbe passata attraverso le richieste del papello: e fra queste c’era proprio l’abolizione del 41 bis. Le deposizioni dei due presidenti emeriti spuntano fra le 1850 pagine inedite depositate al processo contro il generale del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia.
Scalfaro non sa. Ciampi non ricorda. Il primo è granitico, il secondo più sfumato, il risultato è lo stesso. Ciampi: «Non ho alcun ricordo in merito a possibili problematiche e divergenze di opinioni all’interno del governo da me presieduto inerenti l’applicazione del cosiddetto 41 bis. Posso affermare con assoluta certezza che la linea del governo in tal senso era estremamente rigida. Non ricordo che vi fossero ministri che avevano opinioni diverse in tema di contrasto alla criminalità organizzata».
Va bene, ma allora come si arrivò a quella sconcertante ritirata? Mistero. «Non venni avvertito né prima né dopo quella mancata proroga - aggiunge Ciampi - Non so nemmeno dare una spiegazione per la condotta del ministro Conso che, con la mancata proroga di tali decreti, certamente andava in netta contrapposizione con le linee guida del governo da me presieduto in tema di lotta alla mafia».
Gira e rigira si ritorna a Conso, altra icona dello Stato, le cui dichiarazioni sono state pure depositate a Palermo.