mercoledì 15 febbraio 2012

Scandalo a Casapulla. Palazzi a rischio crollo, sgomberate 20 famiglie

Cedono le strutture di due palazzi realizzati dalla società che fa capo a Mariano Moselli. Bosco ordina lo sgombero dei nuclei ma tranquillizza: "Tanto nessuno vi viene a controllare". Nel '98 è stato lo stesso Bosco a rilasciare la concessione in un'area coperta da materiali di risulta edile. Sotto accusa anche la Capital House di Curti


Fonte: Interno 18

CASAPULLA - Alla fine del vecchio millennio, era il 1998, il Comune di Casapulla retto dal sindaco Ferdinando Bosco (anche ora primo cittadino), concedeva un permesso a costruire al signor Mariano Moselli, nato a Grumo Nevano il 6/10/1927. Le costruzioni sarebbero sorte di lì a due anni nella zona di via Garibaldi. Un complesso abitativo che ha rappresentato la nascita di una vera e propria cittadella alle spalle della vecchia Casapulla. Nel 2000, tramite la MMM Commercio Spa, sono state vendute le prime abitazioni. Sono bastati pochi anni però per capire che qualcosa non quadrava. Nel 2005 le prime segnalazioni dei privati che, in un secondo momento, tramite i propri avvocati hanno adito le vie legali contro la società che faceva capo al signor Moselli. Due dei palazzi si sono inclinati, le travi hanno ceduto e i muri sono crepati. Qualcuno è già scappato per l'evidente pericolo crollo, altri sono rimasti e nella giornata di lunedì 14 febbraio 2012 dal Comune di Casapulla è stato notificato l'ordine di sgombero 'ad horas' (che vedrete in video). In pratica sono 20 i nuclei familiari che dall'oggi al domani sono costretti a lasciare le proprie abitazioni. Grave l'episodio in quanto il Comune di Casapulla ha ordinato lo sgombero senza avvalersi del parere nè del Ctu nè dei Vigili del Fuoco. In pratica il sindaco Bosco ha provveduto solo a coprirsi le spalle qualora gli edifici, da un momento all'altro, dovesse cedere. Il rischio è altissimo, come testimoniano anche le immagini in video (che verrà pubblicato tra un'ora circa). In sostanza il complesso abitativo è stato realizzato su un'area che prima ospitava delle vasche all'interno delle quali venivano effettuati i lavori per la realizzazione di mattonelle. Le stesse vasche sono successivamente state riempite con materiale di risula edile. Questo il motivo per cui le colonne dei palazzi non hanno retto (le immagini lo dimostrano). Situazione a conoscenza del Comune di Casapulla sia al momento in cui ha rilasciato la concessione a costruire, sia ora che ha provveduto a notificare le ordinanze di sgombero senza i pareri di Ctu e Vigili del Fuoco. Cosa ancora più grave, denunciata pubblicamente dalle persone residenti in quei palazzi: "Il sindaco ci ha notificato l'ordinanza ma ci ha detto di stare tranquilli tanto non verrà nessuno a mandarci via". Chiara testimonianza del fatto che Bosco abbia provveduto a 'mettersi a posto' senza tener conto del reale pericolo che corrono 20 nuclei familiari. Come se non bastasse, nel febbraio 2010 la Capital House (di Curti) ha provveduto alla vendita di uno degli appartementi in questione (i processi al Tribunale di Napoli erano iniziati nel 2006) alla famiglia Noletti-Piccirillo che, oggi, ha deciso di denunciare pubblicamente quanto accaduto con l'agenzia immobiliare. Proprio alla Capital House abbiamo fatto visita con tanto di telecamere. Il responsabile, che in maniera violenta ha provato ad allontanarci dalla sede di Curti, è risultato alla fine essere proprio il firmatario della proposta di vendita della casa in questione.

martedì 7 febbraio 2012

ECCO LA PROVA: È STATO GIULIO TREMONTI A DARE IL "COLPO DI GRAZIA" AL CAVALIERE

Fu l'ex ministro dell'Economia a opporsi al decreto anti-crisi da presentare a Cannes, dove si riuniva il G20.
La mossa costrinse Berlusconi a presentarsi al summit a mani vuote. 
Ecco la lettera del  consigliere del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che svela tutti i retroscena



Era la mattina del 3 novembre quando Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti erano seduti uno davanti all’altro nell’aereo che li portava a Cannes per un G20 delicato e per molti versi drammatico visto che tra i temi in agenda c’era proprio la crisi italiana. Motivo per cui il Cavaliere avrebbe voluto presentarsi al summit con in mano un decreto che recepisse la lettera di intenti inviata a Bruxelles dal governo italiano solo una settimana prima. Un segnale, ripeteva Berlusconi in quei giorni, importante rispetto ai nostri partner internazionale e ai mercati.

Quel decreto, la storia è nota, non arrivò mai. E a Cannes il Cavaliere si presentò a mani vuote. La ragione è nota, almeno agli addetti ai lavori, visto che il tam tam dentro al governo e al Pdl metteva sul banco degli imputati proprio il ministro dell’Economia. Da oggi, però, quello che fino a ieri era un semplice retroscena giornalistico diventa un fatto certo e comprovato. Con tanto di sigillo di Pasquale Cascella, consigliere per la comunicazione del presidente della Repubblica. È lui a raccontare che poche ore prima del Consiglio dei ministri che il 2 novembre avrebbe dovuto approvare il decreto fu proprio Tremonti a mettersi di traverso. Si presentò al Quirinale e a Giorgio Napolitano disse di essere assolutamente contrario al decreto. «Il ministro - racconta Cascella - si era “detto convinto” si dovessero “definire solo le misure più urgenti tra quelle indicate” e lo si dovesse fare “nella forma della presentazione di emendamenti alla legge di Stabilità” in quel momento all’esame del Senato».

E così, invece di presentarsi al G20 di Cannes con in mano un decreto legge che sarebbe entrato subito in vigore e avrebbe rappresentato un segnale forte per l’Ue e i mercati, Berlusconi arrivò al summit con un semplice maxi-emendamento alla legge di Stabilità, cioè nulla di preciso e di definitivo visto che un testo del genere viene modificato e ritoccato più volte durante i passaggi in Parlamento. Il segnale, insomma, fu debolissimo. E il Cavaliere ne era ben consapevole tanto che nei giorni del braccio di ferro con Tremonti che precedettero il Consiglio dei ministri i toni superarono più volte i livelli di guardia. Con un faccia a faccia nel quale il titolare dell’Economia arrivò a chiedere al premier di «fare un passo indietro perché per l’Europa e i mercati il problema sei tu». Eloquente la risposta di Berlusconi: «La colpa è tua visto che sono tre anni che vai a sputtanarmi in giro per il mondo». Gli ultimi scambi di uno scontro che andava avanti da mesi e che già una settimana prima di quel 2 novembre era stato durissimo. Alla stesura della lettera d’intenti da portare a Bruxelles, infatti, Tremonti si guardò bene di partecipare e solo a tarda sera fu convocato a Palazzo Grazioli perché il Cavaliere pretendeva un suo via libera. Altrimenti, fu lo sfogo dell’allora premier, «domani al Consiglio europeo ci mando Giulio così finalmente si assume qualche responsabilità».

Al di là dei retroscena e delle ricostruzioni giornalistiche, dunque, a confermare che fu proprio Tremonti a stoppare il decreto è oggi il Quirinale. Fonte, vogliamo immaginare, piuttosto attendibile. Napolitano, insomma, non fece altro che «prendere atto» (parole di Cascella) delle «riserve presenti all’interno della compagine governativa». Che poi erano quelle del solo Tremonti visto che tutti il resto del governo, nessuno escluso, spingeva per il decreto. Come è finita è storia nota. Con Sarkozy che proprio a Cannes spinse per un vero e proprio «commissariamento» dell’Italia e l’Fmi che decide di «monitorare» i conti italiani. Dieci giorni dopo e con lo spread alle stelle - il 12 novembre - Berlusconi salirà al Colle per dimettersi.

martedì 10 gennaio 2012

Sindaco se ha coraggio, ci affronti in una pubblica assemblea, dove tutti possono verificare chi è il Bugiardo e chi è l' Ignorante. Lo faccia...non esiti...Noi aspettiamo!!




















In merito alle diverse dichiarazioni rese dal Sindaco di Casapulla, attraverso i comunicati diramati agli organi di stampa, e in particolare dopo il Ns. manifesto pubblico sulla vicenda del riconoscimento dei debiti fuori bilancio riferiti ai terreni della zona P.I.P. di Casapulla, siamo nostro malgrado, di nuovo costretti a chiarire al capo dell’Amministrazione la questione che forse volutamente lui “IGNORA”. Forse, è colpa della memoria corta o dell’ignoranza di chi vuole per forza girare una frittata stracotta o palesemente bruciata, se parliamo ancora di questa delicata faccenda. Quello che questo Sindaco è stato capace di combinare nel 1998 non è poco, e non e poco quello che vorrebbe far credere a chi non conosce veramente i fatti. Vero è, che nel 1987 furono dall’amministrazione dell’epoca, indicati i terreni che formavano la futura zona del Piano Insediamenti Produttivi della cittadina, e che gli stessi terreni restarono per dieci anni (fino al 1998) gravati dal vincolo di esproprio e di occupazione da parte del Comune di Casapulla.
Fin qui, tutto sembra essere chiaro e cristallino, ma “qualcuno” ha volutamente ignorato che trascorsi i dieci anni, non era più possibile occupare le zone così individuate, per la decadenza del vincolo preordinato e quindi i terreni in questione, dovevano ritornare ad essere terreni normali senza più essere a disposizione del vincolo.
Il Sindaco, dimentica anche, che solo dopo 8 mesi dalla decadenza del vincolo preordinato, con un atto illegittimo e precisamente il decreto Dirigenziale n°5 del maggio 1998, furono requisiti senza nessun titolo i terreni in questione e con un piano scaduto che poteva giustificare tale atto. Si dimentica inoltre, che all’epoca dei fatti, sarebbero bastati solo 48.000 €uro per pagare i proprietari dei terreni e che a causa di questa occupazione usurpativa e illegittima il comune dovrà sborsare 793.003,54. Per quanto riguarda poi lo “sconto” che viene ogni volta da lui richiamato, è una ulteriore burla consumata nei confronti dei cittadini di Casapulla.
La sentenza del Tribunale di Santa Maria C.V., infatti, ha riconosciuto in 998.292,68€ la somma che l’Ente avrebbe dovuto corrispondere ai due ex proprietari dei terreni e che la stessa come tutte le sentenze può essere ridotta attraverso accordi di transazione con i debitori. Un dato è certo, nessun istituto di credito o banca dopo 13 anni riconosce tassi di interessi cosi alti su delle somme cosi irrisorie. Parliamo di 48.000€ che dopo 13 anni sono diventati 998.292,68€ poi ridotti a 793.003,54€ per gentile concessione dei creditori e non certo per la bravura di qualche amministratore comunale.
Per quanto riguarda le dichiarazioni rese ai cittadini, sono delle ulteriori fesserie che il Sindaco vuole far credere per sminuire la sua incapacità amministrativa.
La somma che dovrà essere liquidata ai proprietari dei terreni in questione, peserà moltissimo sulle casse comunali bloccando del tutto la realizzazione di future opere.
Inoltre le somme utilizzate per il debito dovevano servire per il completamento delle infrastrutture secondarie, per l’impianto semaforico che sarebbe dovuto nascere nella rotonda prima del sottopasso della ferrovia in direzione Recale e per il completamento della sala conferenze a servizio degli opifici di tutta la zona P.I.P.
Senza questi fondi, tutte queste opere non potranno essere realizzate e che nel contempo, dovranno essere pagate le rate del mutuo.
Ecco perché i cittadini non devono e non possono stare tranquilli, alla fine pagheranno per queste “scellerate scelte” che il Sindaco ha fatto e che adesso vuole cercare di coprire ad ogni costo.
Il caro Sindaco ha la sfortuna di avere due consiglieri d’opposizione vigili e per nulla distratti, non sono ne ignoranti ne in malafede, ne tantomeno hanno accettato di tradire al loro mandato elettorale, sono Consiglieri Comunali liberi di denunciare tutto quello che non va per il bene della cittadinanza di Casapulla verso cui nutrono profondo rispetto.
Per quanto ci riguarda siamo pronti ad un pubblico confronto, il Sindaco convochi un Consiglio Comunale sulla questione.
Noi, carte alla mano, chiariremo alla cittadinanza quanto successo e di chi, secondo noi, sono realmente le responsabilità del danno procurato.
Se, come dichiara il Sindaco Bosco, non ha colpe, crediamo che non ci sia nessun problema a convocare tale incontro, anzi potrà essere l’occasione per dimostrare chi ha ragione, chi è ignorante e chi è in malafede.
Se, come dichiara il Sindaco Bosco, facciamo terrorismo psicologico, ci denunci alle Autorità Giudiziarie per diffamazione e calunnie.
Noi, nell’attesa di una delle sue decisioni, restiamo sereni e tranquilli e continueremo a lavorare bel il bene della nostra Casapulla.

                                                                                  I Consiglieri Comunali
                                                                     Peppe Piantieri e Andrea Martusciello

giovedì 24 novembre 2011

Rossi (Pd) ammette: "Mi manca Berlusconi, ora dobbiamo trottare"

Il governatore della Toscana rimpiange il Cavaliere perché "con lui era facile: bastava dargli addosso". E rottama Veltroni e D'Alema: "Non costruiscono il partito.




Le dimissioni di Silvio Berlusconi hanno spiazzato chi negli ultimi mesi non ha fatto altro che ripetere, fino alla nausea, il solito ritornello "Berlusconi dimettiti".
Lo ammette persino il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che, ospite di Un giorno da pecora su Radio Due ha detto: "Mi manca. Con lui era facile in fondo: bastava dargli addosso, e via". Con il nuovo governo invece la vita del politico di opposizione è difficile: "Ora bisogna trottare di più, tutti quanti", ha detto Rossi.
Eppure il Pd continua ad essere diviso tra le sue correnti perché, spiega Rossi, "Lo usano tutti, ma nessuno gli vuole bene". Il governatore si riferisce a "tutti quelli che lavorano poco per costruirlo, mentre un partito deve essere costruito", in particolare a Walter Veltroni - "uno che il Pd l’ha pure costruito ma dovrebbe capire che ora è arrivato il momento di farsi da parte. Aveva detto che sarebbe andato in Africa..." e Massimo D’Alema - "dovrebbe capire che un’epoca si è chiusa: probabilmente avrà dei ruoli internazionali, però basta...". Di Veltroni, in particolare, Rossi non condivide la concezione di partito liquido: "A me piace un partito organizzato e disciplinato". Molto meglio invece Dario Franceschini, "una persona che, invece, lavora per costruire il partito", mentre Matteo Renzi "è giovane e dovrà farsi, per ora sta governando bene Firenze, ma ci sono dei nodi che deve sciogliere".








Il governo Monti? Un golpe Per Sansonetti l'artefice è Napolitano l'antidemocratico

L'ex direttore di Liberazione spara ad alzo zero contro il capo dello Stato: "Non ha mai avuto un buon rapporto con la democrazia". E sul governo Monti: "Un colpo di stato moderno".



Con il governo Monti è avvenuto "un colpo di Stato moderno, è stata violata la legalità e sospesa la sovranità popolare". Il responsabile di tutto questo? Giorgio Napolitano.
Non usa mezzi termini il direttore de Gli Altri, Piero Sansonetti per commentare la situazione politica contingente.
E, in un'intervista su ItaliaOggi, spara ad alzo contro il capo dello Stato. "Napolitano, come gran parte del vecchio gruppo dirigente comunista non ha mai avuto un buon rapporto con la democrazia", dichiara Sansonetti, che poi continua nell'analisi storica del rapporto che il vecchio Pci (di cui faceva parte il presidente della Repubblica) aveva con la democrazia. "C'era l'idea della democrazia come cosa importante, ma subalterna alla ragiona assoluta che poteva essere di partiti o di stato. In questo caso alla ragione di Stato", si legge su ItaliaOggi.
Insomma, anche per Sansonetti, l'esecutivo Monti ha inaugurato una stagione priva di regole democratiche, in favore di quelle economiche. Ma, sostiene l'ex direttore di Liberazione, questa "è una tesi che rispetto, ma è una tesi totalitaria. Del resto io rispettavo anche il comunismo che era totalitario, poi il mio pensiero si è evoluto".
Infine, Sansonetti ne ha anche per il Partito democratico: "Vota con Berlusconi, è a favore di questo governo e quindi si è berlusconizzato".






domenica 20 novembre 2011

I nemici del Cavaliere, adesso non sanno con chi prendersela e contro chi fare le trasmissioni.

Senza un "nemico" da abbattere a sinistra scoppiano le risse. Bersani contro Letta, l’Unità contro Europa, Santoro contro Formigli: ognuno ha la sua "linea".







È come un fuocherello acceso da una scintilla e divampato in un incendio. La scintilla è stata l’addio di Silvio Berlusconi, la foresta in fiamme è la sinistra.Un collante l’ha tenuta assieme per anni: l’antiberlusconismo.
Ora che questa ragione di vita è venuta meno, cade la maschera che ha coperto le magagne dell’ex opposizione. Resta la realtà di sempre, fatta di lotte intestine.
Nel Partito democratico lo scontro è aperto. Dalla Velina rossa all’ala filo-Cgil, dall’ex ministro Damiano al responsabile economico Fassina è un susseguirsi di critiche, distinguo, prese di distanza dal pensiero unico democratico pro- Monti.Nemmeno l’ Unità sprizza entusiasmo, e il quotidiano riflette le posizioni del segretario Pier Luigi Bersani. Che ufficialmente è pancia a terra con il nuovo governo, ma in realtà freme perché la linea interna è dettata dall’ala riformista/centrista di Enrico Letta, quello che manda i pizzini al nuovo premier offrendosi come consulente per scegliere viceministri e sottosegretari.
Ma dietro a Damiano e Bersani scalpita l’intero gruppo che fa capo a Massimo D’Alema. Il motivo è chiaro: «Fare riforme con il Pdl non può diventare la nostra identità », scriveva Fassina sull’ Unità di ieri. L’organo del Pd ha dato ampio spazio alla crisi interna, a partire dalla prima pagina che ha ospitato due articoli molto critici con il nuovo corso politico: il vicedirettore Rinaldo Gianola se l’è presa con i «conflitti da regolare» all’interno del governo mentre l’economista Ronny Mazzocchi ha attaccato la «via danese» alla riforma del welfare, cioè la linea del senatore Pd Pietro Ichino e del nuovo governo sui tagli alle pensioni.
Contro l’ Unità si sono mosse le truppe di Europa , ex giornale della Margherita e ora portavoce dei «liberal» democratici. Il direttore Stefano Menichini ha sgridato i compagni: «Pd, devi crederci tu per primo». E il Riformista , diretto da quel vecchio amico di Giorgio Napolitano che è Emanuele Macaluso, fa da scudiero a Monti, «un “osso duro” che sa parlare agli italiani».
Insomma, i dissensi stanno uscendo dai corridoi. Messo da parte Berlusconi, a sinistra liberi tutti. Come dimostra la polemica tra Michele Santoro e Corrado Formigli, fino a sei mesi fa alleati e allineati a seminare mine televisive nel centrodestra dalla corazzata pubblica Raidue, oggi separati e nemici su emittenti in concorrenza. L’allievo ha attaccato il maestro: Santoro ha denunciato attentati ai ripetitori che trasmettono il suo Servizio pubblico , l’inviatodi Formigli ha scoperto che per i carabinieri non esiste nessun boicottaggio e accusato i «competitor» di cercare facile pubblicità, Santoro ha minacciato querele.
Non è finita. Sul Fatto il vicedirettore Marco Travaglio ha difeso Santoro, con il quale lavora da anni,ed è andato all’assalto di Piazza pulita , il programma di Formigli su La7. Ma la tv del gruppo Telecom è guidata dall’ex direttore di Rai3,Paolo Ruffini, uomo di sinistra, e uno dei suoi volti di punta è Luca Telese, inviato del Fatto stesso.
È dunque il momento del rompete le righe, di infrangere i tabù e abbattere i totem rossi. «Siamo tutti più liberi», scriveva l’altro giorno Riccardo Chiaberge sempre sul Fatto . Liberi di attaccare la sinistra da sinistra «senza che qualcuno ci possa tacciare di berlusconismo».

martedì 15 novembre 2011

Anche la Merkel non se la passa bene. L'idea per contrastare la crisa economica, è quella di abbandonare l'Euro.





«Se crolla l’euro, crolla l’Europa». Frau Angela Merkel ha scelto Lipsia, nella “sua” Germania dell’Est, per esibire la sua abilità retorica, da degna  figlia del pastore luterano già gradito alle autorità di Berlino Est per la sua capacità di conciliare sacre scritture e verbo marxiano. Da una parte,  la Merkel ha speso parole impegnative in  difesa dell’Unione Europea. «Abbiamo bisogno dell’Europa – ha sillabato davanti ai delegati, tra cui una combattiva minoranza euroscettica – perché  è il fondamento del nostro benessere. Il 60% delle nostre esportazioni finisce nell’Ue  da cui dipendono nove milioni di posti di lavoro tedeschi. Se non va bene per l’Europa a lungo andare non va bene per la Germania». 

Ma il rinnovato impegno europeo della Cdu a suon di chiacchiere ha fatto da copertura  ad una bordata da ko nei confronti dell’euro che potrebbe far da anticamera ad un de profundis per la moneta unica:  il Congresso della Cdu, infatti, ha votato una mozione che prevede la possibilità per uno Stato di uscire «volontariamente» dall’euro, senza per questo essere escluso dall’Ue. Insomma,  si apre una porta per creare una comunità di serie A (Germania, Austria, Olanda, Finlandia, forse la Francia) raccolta attorno all’euro, e una periferia di contorno, aperta alle esportazioni del made in Germany ma, finalmente, non più in grado di infettare il nuovo euro, formato Deutsche Mark.  Certo, si prevede un meccanismo volontario. Termine di moda, se si pensa allo sconto «volontario» delle banche al debito greco che per ora ha portato solo guai ma nessuna soluzione. Così come promette di fare questa nuova trovata retorica, all’insegna della doppia verità che ha ben poco di luterano.

La Merkel si riempie di belle parole sull’euro, ma nei fatti fa solo la predica agli altri.   Al Regno Unito, per esempio, colpevole di porre il veto su regole più stringenti per  la finanza. E se Londra non cambierà idea, l’Europa a 17  dovrà marciare da sola. Anche se    non si riesce a capire come farà   a colpire  transazioni che, di norma, si svolgono a Londra o a Zurigo. Spesso su ordini in arrivo dalla Deutsche Bank o dall’Allianz da Francoforte. Ma ce n’è anche per i soliti  incorreggibili   pasticcioni del  Sud Europa: «Le regole del patto di stabilità e crescita – dice la Merkel – sono state infrante sessanta volte, e non è successo nulla. Quante  volte dobbiamo ancora attendere perché succeda qualcosa? Vogliamo meccanismi sanzionatori automatici nei confronti di chi viola i patti». Parole sacrosante, per carità. Ma, una volta finita la predica, che resta?  La  Merkel ha bocciato, al G20 di Cannes, l’ipotesi di mettere l’oro della Bundesbank a disposizione di un veicolo  finanziario in  grado di respingere gli assalti della speculazione, così come ha fatto a suo tempo l’America nel dopo Lehman.  Jens Weidmann, l’alfiere della Bundesbank alla Bce, ha ripetuto    ieri che la Bce non deve diventare il prestatore  di ultima istanza,   come   tutte le altre banche centrali del pianeta. L’impegno tedesco si limiterà a versare la propria quota nel fondo salvastati la cui dotazione, per bocca degli stessi tedeschi, è  insufficiente a sostenere un attacco nei confronti dei Btp, piuttosto che dei Bonos spagnoli o degli Oat francesi perché, come   è evidente, non esiste il singolo Paese cattivo, bensì un contagio che ha colpito l’intero edificio. Inutile pensare di salvarsi da soli.

E così la locomotiva tedesca procede, senza curarsi nei fatti degli altri vagoni del convoglio. Anche se, a leggere i dati del superindice, la Germania perde colpi ancor di più della scassata Italia: -1,3% contro l’1%. Ma, con l’eccezione di Usa e Giappone (in ripresa dopo lo shock dello tsunami) è un po’ tutta l’economia che rischia di entrare in recessione, a causa della crisi dell’area euro.  Per l’Italia la conferma dovrebbe arrivare oggi , con i dati sul terzo trimestre del Pil.  Ma anche la Germania dovrebbe aver registrato una brusca frenata: solo lo 0,5% di crescita, nonostante che a settembre le vendite di Bmw e Volkswagen in Cina e Sud America siano ancora andate a gonfie vele. La grande Germania, insomma, perde colpi. E i suoi politici, ahimè, non possono più scaricare la responsabilità su  Berlusconi o qualche greco un po’ imbroglione piuttosto che su qualche banchiere inglese dalla vocazione di locusta. Cara Frau Merkel, si decida.  E, tra l’altro, smetta di passeggiare su e giù per Cannes, Deauvoille o Potsdam con il degno compare Nicolas Sarkozy:  sta a vedere che l’idea dell’uscita «volontaria» dall’euro l’avete partorita voi due, futuri trombati alle elezioni che cercate un salvagente per riemergere prima della sonora bocciatura.