lunedì 31 ottobre 2011

Woodcock, vittima dal suo stesso metodo

 

Il magistrato napoletano scopre quanto è brutto essere vittima dell'abuso di intercettazioni e della loro diffusione incontrollata; ma perché se ne accorge solo ora?

                                                    Henry John Woodcock
 
Il metodo anti Woodcock, in effetti, è uno scandalo. E lo sapete perché? Perché assomiglia in tutto e per tutto al metodo Woodcock. Se fossimo dei fan della legge del contrappasso potremmo dire che al magistrato delle inchieste vip è stata applicata l’antica regola del «chi la fa l’aspetti»:in fondo quel che di ( brutto) gli è successo è né più né meno che quello di (brutto) lui faceva succedere agli altri. Uso abnorme delle intercettazioni, superamento dei limiti formali e territoriali, ricorso al gossip giudiziario: quello che sarebbe stato messo in campo contro Woodcock è esattamente quello che lui metteva in campo contro le sue vittime. Sia chiaro: lui è innocente. Ma anche molte delle sue vittime lo erano. Però, per loro, chissà perché non si è mai indignato nessuno…
Invece per Woodcock sì, sono tutti indignati. Il Sacro Coro delle Penne Riunite da qualche giorno sta spandendo ettolitri d’inchiostro per deprecare giustamente la macchina infernale messa in campo da un gruppo di magistrati per cercare di delegittimare cinque loro colleghi, a cominciare appunto da Henry John. Sia chiaro: se tutto questo sarà dimostrato i responsabili dovranno pagare, in primis i due capi della presunta «associazione», cioè i sostituti procuratori di Potenza, Gaetano Bonomi e Modestino Roca. Ma quello che sfugge al Sacro Coro, tutto impegnato a difendere l’eroe di Vallettopoli, abbandonando cautele e condizionali d’obbligo, è un piccolo particolare: che differenza c’ètra il metodo applicato contro Woodcock e quello che lui applicava contro i suoi indagati?
A prima vista, pare assai poco. In entrambi i casi siamo di fronte a: abuso di intercettazioni, telefoni controllati quando non avrebbero dovuto esserlo, raccolta di informazioni al di fuori della competenza dei magistrati, illecita diffusione di notizie che riguardano la vita privata. Cosa c’è di diverso se finisce sui giornali la foto di Woodcock che fa footing con Federica Sciarelli o la telefonata di Vittorio Emanuale con la prostituta Alice? Far pubblicare il gossip su una presunta amante è più grave che far pubblicare le telefonate in cui l’erede Savoia parla di bambine e sardi?
Woodcock è innocente, si dirà. Anche Vittorio Emanuele lo era, come dimostrato dalle inchieste. Entrambi, dunque, sono finiti (innocenti) al centro di una macchina che li ha infangati, meritano entrambi la solidarietà. Soltanto che di una macchina John Henry è vittima, dell’altra è il manovale. Tirare in ballo le amiche solo perché personaggi televisivi è scandaloso, ci ripetono indignati i giornalisti del Sacro Coro.
Che c’entra la conduttrice Rai Sciarelli? Già: non c’entra nulla. Più o meno come la conduttrice Rai Anna La Rosa, infangata con presunte accuse che sono cadute nel nulla. Ci scandalizziamo tutti per la Sciarelli vittima del metodo anti Woodcock, d’accordo.Ma dov’erano gliindignados quando Anna La Rosa rimaneva vittima del metodo Woodcock?
Dicono i bene informati che gli autori del metodo anti-Woodcock avevano messo in piedi questo sistema capace di sfruttare i giornali di gossip perché volevano guadagnare prestigio e visibilità. Ma guarda un po’:non mirava ad acquisire prestigio e visibilità anche John Henry? Non è per quello che le sue inchieste sfondavano i confini della competenza territoriale e andavano a cercare nomi noti, da titolo sul giornale, in giro per l’Italia?Non è per quello che dalla fino allora dimenticata Procuradi Potenza sono passati tutti i volti possibili della Tv e del jet set?
Come vedete, alla fine, tra metodo Woodcock e metodo anti Woodcock ci sono molte analogie e poche differenze. Entrambi mirano a mettere una persona nel frullatore, senza preoccuparsi del fatto che sia colpevole o meno, ma danzando lunga la linea sottile della credibilità. In entrambi entrano in gioco magistrati che esondano rispetto alle loro funzioni. In entrambi si scivola dalla giustizia al gossip, dai fatti accertati ai pettegolezzi. L’unica vera differenza, a pensarci bene, è che le vittime del metodo Woodcock, pur essendo innocenti, a volte sono finite in carcere. Quelle del metodo anti Woodcock, per fortuna no.
E dunque, a questo punto, se fossimo fan del contrappasso, ripeteremmo: chi di spada ferisce… Ma siccome il contrappasso non ci piace, e il metodo anti Woodcock ci fa orrore tanto quanto il metodo Woodcock, ci limitiamo a una gentile richiesta: mentre ci indigniamo tanto per il trattamento cui è stato sottoposto il pm da copertina, qualcuno potrebbe gentilmente ricordargli che è, più o meno, lo stesso trattamento cui lui sottoponeva le sue vittime? Senza nessun rancore, sia chiaro: solo per chiedergli una testimonianza. Solo per sapere in presa diretta l’effetto che fa.

Ingroia confessa: "Sono un pm partigiano"

Dopo diciott'anni lo ammettono: non tutta la magistratura è imparziale nei confronti del Cav e della politica. A dirlo un magistrato simbolo della sinistra
 
                                              Antonio Ingroia
Ci sono voluti diciott'anni, ma alla fine lo hanno ammesso: nei confronti di Silvio Berlusconi e della politica non tutta la magistratura è imparziale. A dirlo è uno dei procuratori simbolo della sinistra, Antonio Ingroia, leader dell'antimafia siciliana, l'accusatore, tanto per intenderci, di Marcello Dell'Utri. Citiamo testualmente: «Un magistrato deve essere imparziale ma sa da che parte stare. Io confesso di non sentirmi del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano». Parole terribili, per di più pronunciate in una assise politica, il congresso del Partito comunista di Diliberto. L'outing di Ingroia permette finalmente di rileggere, e riscrivere, la recente storia dei rapporti tra politica e giustizia: pm di parte hanno tentato di abbattere Silvio Berlusconi e la sua maggioranza perché si sono auto investiti di una missione con radici divine che travalica i loro compiti, cioè decidere chi e come ci deve governare al di là delle leggi e del responso elettorale. Partigiani di sinistra che si sono scagliati contro il centrodestra per liberare il Paese da un nemico di classe.
Ingroia andrebbe allontanato dalla magistratura, da subito. L'ammissione rende incredibile ogni suo atto futuro, qualsiasi cittadino elettore del centrodestra che capitasse in una sua inchiesta potrebbe e dovrebbe ricusarlo per dichiarata imparzialità. Ma tutto il suo lavoro passato andrebbe rivisto alla luce di questa ammissione, a partire dall'accanimento che ha portato alla condanna a sette anni in secondo grado di Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Per non parlare dei pentiti da lui scagliati contro Berlusconi con effetti giudiziari nulli ma mediaticamente devastanti.
Ingroia è dunque stato un magistrato che si rifiuta di essere «esecutore materiale di leggi ingiuste», come ha detto ieri. Chi decide se una legge è giusta? Lui? E perché non io. Oggi è legittimo chiedersi quanti sono stati e sono i magistrati nelle condizioni di Ingroia. Quante sono state le inchieste politiche, quante le sentenze viziate da una visione privatistica della giustizia? E con che coperture nella filiera che detta la legge? Altre domande. Il Consiglio superiore della magistratura era al corrente dell'esistenza di una P2 al proprio interno? Qualcuno può escludere che anche la Corte Costituzionale sia affetta dallo stesso virus? Che cosa ne pensa e che cosa intende fare il Capo dello Stato di fronte a una simile ammissione? Per ora c'è soltanto una risposta certa: ci sono arbitri che fanno anche i giocatori. E Gianfranco Fini non è più l'unico.

domenica 30 ottobre 2011

Fli è in campo. Ma Fini deve essere il Presidente della Camera o il presidente del partito?






Gianfranco Fini sarebbe il presidente della Camera, una figura teoricamente imparziale. Teoricamente, appunto. Adesso, ammesso che ci fosse veramente bisgono dell'ufficialità, Futuro e Libertà, la sua sgangherata creatura politica, getta la maschera. "Siamo in campo, il Terzo Polo è in campagna elettorale, come lo è Berlusconi". Certo, Fini non è stato talmente spudorato da dirlo in prima persona. Ha dato mandato di farlo al fedelissimo Caremlo Brigulio, che ha preso la parola diffondendo una nota.

L'attacco a Berlusconi - Fini siede sullo scranno più alto di Montecitorio e guida un partito in dichiarata campagna elettorale, anche se le elezioni non sono ancora state fissate. Un evidente controsenso. Reso ancora più evidente da come prosegue la nota di Briguglio, vicecapogruppo vicario di Fli alla Camera. Non poteva infatti mancare l'attacco frontale a Silvio Berlusconi: "Scajolani, ex responsabili, scontenti, fuggitivi da Fli, sottosegretari di fine stagione, onorevoli usa e getta: Berlusconi si prepara a gettarli in mare ripulendo le liste del partito che è sua proprietà personale", attacca spudorato.

Ora Fini si dimetta - Quindi il pasdaran Briguglio scrive anche la storia futura del Pdl. "Macchè primarie - prevede con la palla di cristallo -, macchè Formigoni o Alfano: il candidato premier è e sarà ancora lui (Berlusconi, ndr). Lo ha detto chiaro: deve difendere le sue aziende, le sue antenne, gli interessi dei suoi figli. Solo gli ex dc il cui modello politico è don Abbondio hanno paura di prendere atto della realtà. Noi - conclude - lo abbiamo capito da tempo. Per fortuna Fli è in campo, il Terzo Polo cresce e Fini è in campagna elettorale". Ecco: si dimetta.

Ecco i veri assenteisti in parlamento, e poi danno lezioni di moralità agli altri.







Giovedì 27 sono arrivati pure trafelati. E non perché a fine mese fosse giorno di paga anche per loro. Nel Transatlantico di Montecitorio suonava la sirena che chiamava tutti i deputati al voto. Dovrebbe accadere ogni giorno alla Camera dei deputati. In realtà si votano provvedimenti normalmente fra  martedì pomeriggio e giovedì mattina: due sedute antimeridiane e due pomeridiane alla settimana. Non accade quasi mai: almeno un terzo dell’aula è vuota di tradizione a meno che in calendario ci sia il voto su grandi eventi: fiducia del governo, manovre economiche, leggi sulla giustizia, richieste di autorizzazioni a procedere delicate.
CORSA TRAFELATA
Giovedì 27 erano in calendario alcune mozioni parlamentari a favore del trasporto pubblico locale. Cose da peones, nella tradizione. Eppure al suono della campanella erano lì a correre trafelati per non tardare al voto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, il capogruppo del Partito democratico, Dario Franceschini, e quasi tutti i vip dell’opposizione.  Il giorno precedente in aula si votavano altre mozioni sul risarcimento a favore delle persone che hanno subito danni da incidenti stradali. Non proprio un argomento da prima pagina. Quando è suonata la campanella, eccoli lì tutti di corsa: Bersani, Franceschini, Casini, Antonio Di Pietro, Giovanna Melandri, Valter Veltroni, Giorgio La Malfa, Massimo D’Alema.
È  così dall’inizio di ottobre, per la prima volta nella legislatura. Una fatica per i leader dell’opposizione, come mai avevano provato in tanti anni di onorata carriera parlamentare. I Bersani, i Veltroni, i D’Alema e i Casini sono sempre stati in cima alla classifica delle assenze nelle sedute che non venivano riprese in diretta televisiva. Un leader che si rispetti non va a votare una leggina: ha cose più importanti da fare. Si fa vedere solo quando c’è da prendere la parola su questioni vitali, e possibilmente a telecamere aperte.
Da ottobre  invece Pd, Udc, Idv , Fli e gruppetti sparsi dell’opposizione hanno capito,  anche grazie all’incidente del governo finito sotto sul rendiconto generale dello Stato, che se si mettono di impegno forse riescono in quel che sembrava impossibile: fare cadere da palazzo Chigi Silvio Berlusconi.  Il presidente del Consiglio  li ha così costretti a un superlavoro che nemmeno si immaginavano. E siccome il rischio è dietro l’angolo, in questo mese di ottobre i poveri Bersani, D’Alema, Casini, Di Pietro, Franceschini, Veltroni e compagnia si sono dovuti sciroppare di tutto. C’è il trattato aereo con il Regno hascemita di Giordania? Eccoli  lì in prima fila nei loro banchi a pigiare il bottone. Chissà se Silvio cade alle porte di Amman. C’è il trattato aereo con la Georgia? Occasione ghiottissima. Proviamo a fucilarlo lì. Tutti presenti pure al voto della ratifica sulla navigazione sul Lago Maggiore e quello di Lugano. Naturalmente non sono mancati al voto sull’accordo di cooperazione con il Kuwait in materia di istruzione, né alla ratifica sulla convenzione delle Alpi.
Presenze a dire il vero un po’ inutili, perché è tradizione il voto congiunto di maggioranza e opposizione su quasi tutti i trattati internazionali, spesso firmati da un governo e poi votati in aula quando c’è una maggioranza diversa. Ma non si sa mai, magari ci si intigna su un comma e l’agguato a Silvio è possibile. Come non essere lì nel giorno della festa?
Per qualcuno di loro il superlavoro di questo mese deriva anche da una sorta di psicodramma personale. Tutta colpa di una associazione, la Openpolis, che a fine settembre ha messo in fila tutto il proprio database di presenze, votazioni, e lavoro in aula e commissioni dei due rami del Parlamento, compilando una classifica assai velenosetta. Hanno scoperto che la maggioranza quasi mai è stata tale in aula.  E che se Berlusconi è ancora in piedi lo deve alle generose assenze delle opposizioni. Fossero stati in aula avrebbero mandato a casa il governo da molto tempo. Openpolis ha fatto anche una classifica terribile di chi ha fatto il regalone al Cavaliere.

LA LISTA NERA
In testa c’è proprio il segretario democratico   Pier Luigi Bersani: 2306 assenze decisive al voto. Terzo posto Di Pietro: 2019 assenze-dono al Cavaliere. Quinto posto per D’Alema: 2003 assenze per cui Berlusconi ringrazia. Nono posto Franceschini: 1534 assenze. Tredicesimo posto per Enrico Letta (1446 assenze), quattordicesimo per Lorenzo Cesa, segretario Udc (1437 assenze), quindicesimo per Giovanna Melandri (1361) e diciassettesimo per Veltroni (1317).  Sui siti Internet, sui blog e fra i militanti di partito è montata una rabbia dilagante verso i loro leader da cui si sono sentiti presi in giro. Così li hanno mandati a lavorare. E loro adesso tristemente ogni giorno timbrano il cartellino

Miracoli dell'aspirina: ora batte anche il cancro

 

 

Il farmaco riduce il rischio di sviluppare tumori al colon, pure se si è predisposti geneticamente. La cura efficace solo se quotidiana e di almeno due anni. Ma i medici avvertono: "Nessuna prescrizione di massa, bilanciare vantaggi e pericoli"



                                                               Una donna tiene nella mano due pasticche
  
 
Tra un po’ le metteranno l’aureola visto che fa «miracoli»: è un toccasana per febbre e influenza ma previene gli infarti, le trombosi e ora il cancro al colon. Parliamo di «Santa aspirina»,quella polverosa pastiglietta bianca che nel mondo viene ingoiata a valanga: 40mila tonnellate ogni anno. E d’ora in avanti se ne consumerà ancora di più. Usando due aspirine al giorno per 25 mesi si previene il cancro al colon-rettale nel 63% delle persone ad alto rischio. Questa è infatti la conclusione a cui sono arrivati alcuni ricercatori della Newcastle University che hanno pubblicato sulla rivista Lancet uno studio molto dettagliato.
Gli scienziati hanno studiato 861 persone in 16 paesi diversi tutte portatrici di sindrome di Lynch (la forma ereditaria di questo tumore) che hanno assunto due compresse da 300 milligrammi di aspirina al giorno o un placebo (cioè semplice amido) tra il 1999 e il 2005. Al 2010 i risultati: sono stati rilevati 19 nuovi casi di tumore del colon-retto in coloro che avevano preso l’aspirina e 34 nel gruppo sotto placebo. Nelle persone che avevano assunto aspirina per più di due anni - circa il 60% del totale- gli effetti sono stati ancora più pronunciati, con 10 casi di cancro nel gruppo con aspirina e 23 in quelli che hanno preso il placebo: una riduzione del 63%.
Il successo della sperimentazione ha sorpreso persino il coordinatore della ricerca. Il professor Sir John Burn della University of Newcastle, ha affermando infatti che «i dati emersi sono pressoché impressionanti perché in effetti l’aspirina riduce il rischio del cancro ». Positive le reazioni dei ricercatori anche in Italia.
Alberto Bardelli, oncologo dell’Istituto di ricerca sul cancro di Candiolo, considera interessante l’indagine per la sua «ampiezza» ma non la trova del tutto innovativa. «Il beneficio dell’aspirina sul cancro al colon era già noto- spiega- . Questo lavoro insomma, dimostra in modo formale e su un ampio numero di pazienti quello che altri studi avevano già messo in evidenza».
Come l’indagine condotta da Peter Rothwell e John Radcliffe dell’Hospital di Oxford. Anche i due ricercatori erano arrivati alla conclusione che l’aspirina può ridurre di un quarto le probabilità di sviluppare un tumore al colon e di oltre un terzo la sua gravità, quindi il pericolo di morte per questa neoplasia. Quello studio aveva coinvolto più di 14mila persone, tenute sotto osservazione per quasi 20 anni. Ed era emerso che chi assume l’aspirinetta regolarmente ( in dosi da circa 75 milligrammi al giorno) per almeno sei anni ha un rischio ridotto del 24 per cento di ammalarsi e del 35 per cento di morire a causa del tumore. «Il farmaco però va assunto con cautela e solo dopo un’attenta valutazione del bilancio tra rischi e vantaggi - avevano precisano i ricercatori britannici - perché, com’è noto, può provocare sanguinamenti gastrointestinali e ulcere». Insomma, non ci sarà una prescrizione di massa dell’acido acetilsalicilico, ma potrebbe venire consigliato a chi è considerato a elevato rischio di sviluppare la neoplasia. Ma, nonostante le dovute cautele Bardelli consiglia: «In caso di predisposizione ereditaria io penso che una terapia con l’aspirina contro il cancro al colon- retto sia assolutamente da considerare ». E non sono pochi i soggetti interessati. La neoplasia del colon-retto ereditaria è la causa principale di morte per tumore con circa 160.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno nei soli Stati Uniti. Di questi, tra il 2 e il 7% è causato da una forma ereditaria della malattia chiamata sindrome di Lynch. In Europa vengono diagnosticati ogni anno circa 250.000 nuovi casi di tumore al colon- retto che corrispondono al 9% di tutte le tipologie di cancro.

Basta rifiuti, adesso la solidarietà è finita: Vendola lascia De Magistris nell'immondizia

Vendola aveva fatto la morale ai governatori del centrodestra. Ora sbatte lui la porta in faccia a De Magistris. E l’aiuto di Pisapia non è mai arrivato. Tra colleghi di coalizione braccio di ferro a colpi di diffide e ricorsi al Tar

                                                       
 
Vendola rifiuta i rifiuti, e «molla» l’immondizia all’amico De Magistris. Nell’infinita telenovela dei rifiuti campani, il colpo di scena che non t’aspetti arriva dal cambio di faccia della Puglia solidale del «poeta» Nichi. La cui giunta, dopo aver manifestato disponibilità a smaltire gli accumuli di rifiuti, da luglio ha deciso di dichiarare guerra ai camion carichi di «munnezza» made in Naples, diffidando gli organismi campani e la discarica tarantina a cui i rifiuti erano diretti dal proseguire i trasferimenti, e avviando un braccio di ferro a colpi di diffide e ricorsi tra Tar e Consiglio di Stato.
Tra fine 2010 e estate 2011 i nuovi «picchi» dell’endemica emergenza rifiuti a Napoli e in Campania hanno portato, agli appelli delle amministrazioni campane, del Governo e del Quirinale, alla «solidarietà» delle altre regioni, affinché si facessero in parte carico dello smaltimento dei rifiuti che soffocavano la città partenopea.
La richiesta d’aiuto, come sempre in Italia, è divenuta una sorta di spartiacque politico, tra i propositi inflessibili della Lega («I rifiuti li accolgano le regioni limitrofe») e il tentativo del centrosinistra di accreditare le proprie amministrazioni come le uniche «solidali». In prima fila, tra queste ultime, la Puglia vendoliana.
Con i suoi esponenti pronti a dettare alle agenzie parole di fuoco contro quanti manifestavano dubbi sulla politica delle porte aperte alla munnezza. Ecco così che a dicembre scorso, poco dopo l’annuncio della «solidarietà» pugliese, arrivava il «no» veneto, firmato dal governatore Zaia. A cui replicava polemico proprio Vendola, prima annunciando di voler ridurre i flussi di rifiuti diretti in Puglia dal Veneto a favore di quelli campani, poi accusando lo stesso Zaia di «furbizia» per nascondere «una dolorosa fuga dai doveri della solidarietà e della responsabilità verso il sistema Paese». Ecco dunque che le braccia di Nichi, e le discariche pugliesi, si aprono ai «campani nostri fratelli». L’esempio di Vendola raccoglie proseliti in altre regioni guidate dal centrosinistra, come la Toscana di Enrico Rossi e l’Emilia Romagna di Vasco Errani. Solidali ma con misura, se è vero che in Emilia finiscono destinate appena 5mila tonnellate di rifiuti, dirette a Imola per lo smaltimento.
L’elezione a Napoli dell’ex pm De Magistris, candidato per l’Idv, stesso partito dell’assessore pugliese all’Ambiente Lorenzo Nicastro, ex pm pure lui, sembra solo rinsaldare l’asse mediatico-solidale. Anche perché De Magistris della questione-munnezza fa una bandiera sia in campagna elettorale che dopo l’insediamento. L’ennesima emergenza all’inizio dell’estate, e il riproporsi dell’ipotesi di affrontarla con l’aiuto delle «regioni limitrofe», se da un lato spinge il sindaco-ex pm a chiedere «solidarietà non a parole», dall’altro innesca ancora la dialettica vendoliana. Il governatore pugliese, da «patriota dell’Italia» (la definizione è sua), chiede che «concretamente le altre regioni, che hanno espresso solidarietà televisiva, la esprimano concretamente».
Il neosindaco di Milano, Pisapia, se la cava incassando gli elogi di De Magistris con l’invio di sette compattatori. E il sindaco esulta anche, a luglio, per un generico placet alla solidarietà da Genova.
Tutti contenti? E no. Una settimana dopo Vendola si accorge che nei camion che portano i rifiuti campani in Puglia c’è di tutto, anche quello che non dovrebbe esserci, dai copertoni al toner delle stampanti. E così l’uomo amareggiato dal cinico Zaia dichiara subito guerra alla «munnezza» partenopea. Annuncia che «da un momento all’altro può scoppiare in Puglia una rivolta legittima e sacrosanta», lamentando in conferenza stampa come «inaccettabile» che «il nostro territorio sia molestato da un trasporto non a norma di rifiuti».
E denunciando il tentativo di fatto di «trasferire l’emergenza dalla Campania alla Puglia», aumentando la quota di rifiuti a dismisura rispetto a quanto previsto dal «protocollo poi violato». Il cerchio si chiude negli ultimi mesi, a colpi di carte bollate, con Vendola e il suo assessore Nicastro che chiudono le discariche e denunciano la «violazione degli accordi». Prendendosela, ovviamente, non con l’amico sindaco De Magistris, che pure come detto l’emergenza l’ha cavalcata, ma col governo campano, con la protezione civile, con Palazzo Chigi.

Il rottamatore apre la guerra all'interno del Pd Poi segna un gol con un calcio a Bersani

 

 

Il sindaco riconquista Civati e prepara il ticket-primarie con Chiamparino. L’ira del segretario. Il leader: "Ora basta scalciare". La replica: "Non sono un asino". 

                                                              
 
 
Il parallelo - un po’ faceto ma un po’ anche serio - lo fa un parlamentare del Pd che tifa Renzi: «Il programma potrebbe essere quello del Berlusconi “liberal” del ’94, mai realizzato. Si mette Giorgio Gori (l’ex direttore di Canale5 e patron di Magnolia, ndr) al posto di Dell’Utri a occuparsi della macchina, e chi lo ferma più Matteo?».
Tra le suggestive quinte da archeologia industriale della ex stazione Leopolda, dove Renzi guida la sua seconda convention (ieri quasi 8mila partecipanti), si guarda attorno allegro Arturo Parisi. L’ex eminenza grigia di Prodi, soprannominato nell’Ulivo «Alì il chimico» per l’instancabile inventiva contro gli apparati Ds e Margherita, è qui e confessa che forse è proprio Renzi quello che realizzerà il suo sogno non coronato: «Far esplodere l’ex Pci», e la sua propaggine di sinistra Dc «che non a caso vengono tutti dalle regioni rosse». E provocare quel big bang creativo della vecchia sinistra cui oggi il giovane sindaco fiorentino intitola la sua kermesse, ma che è l’obiettivo cui Parisi ha sempre lavorato, e che il Pd, blindato dai soliti «compagni di scuola» post-Pci, non ha mai realizzato. Renzi ha un vantaggio: non viene dalla scuola comunista e non ne ha ereditato alcun tic, totem o tabù.
Può permettersi di mandare a quel paese i sindacati «conservatori» (che lo detestano e ieri, col Prc, gli hanno organizzato una contestazione dei lavoratori dell’azienda trasporti comunale, cui ha risposto a brutto muso: «Gli ho chiesto di lavorare 10 minuti in più, in tempi di crisi non mi sembra poi una roba da pazzi»). Può ironizzare su Vendola («Quando lui già buttava giù Prodi insieme a Bertinotti, io stavo ancora all’università») e maramaldeggiare su Di Pietro («Si deve essere impegnato parecchio a scegliere i suoi candidati, da Scilipoti in giù»), non essendo afflitto dalla paralizzante sindrome del pas d’ennemis a gauche. I sondaggi dicono che può prendere voti a destra, ma persino in quei movimenti «antipolitici» che il Pd tenta inutilmente di corteggiare: «È molto ben visto dalle potenziali truppe grilline e da chi probabilmente si asterrebbe», spiega il professor Natali di Ipsos su Europa. Non a caso Grillo e i suoi lo tempestano di insulti sul web.
Ma anche nel quartier generale Pd iniziano ad avvertire il pericolo, e lo si capisce dai toni aggressivi usati ieri da Bersani: la contrapposizione giovani-vecchi è «una stupidaggine di proporzioni cosmiche», e i giovani che vogliono «andare avanti» non devono «insultare e scalciare», ma «mettersi a disposizione». Renzi replica sferzante: «Io non scalcio perché non sono un asino, e certo non sono abituato a fare la fila per prendere ordini dal capocorrente: questo Bersani non me lo può chiedere». Il segretario Pd a Firenze non si fa vedere, è a Napoli a un’iniziativa su giovani e Sud «appositamente organizzata», malignano i renziani.
E prepara contromisure: l’annuncio che le primarie saranno aperte e che verrà abolito l’automatismo «segretario=candidato premier» vuol disinnescare il pericolo di un’esclusione forzata di Renzi dalla partita, che lo trasformerebbe in martire ed eroe. L’ex ministro Gentiloni fa un’ipotesi: «E se Renzi volesse le primarie non per vincerle, ma per rompere il Pd e creare qualcosa di completamente nuovo che riempia il vuoto tra sinistra e terzo polo?».
Di certo molti annusano l’aria e si avvicinano al vascello pirata di Renzi: veltroniani, lettiani, persino Franceschini lancia un messaggio di interesse (via twitter, ovvio), prodiani. Il Professore fa smentire di tifare per il sindaco (in attesa di capire come andare al Quirinale), ma i suoi sono qui. Torna pure Pippo Civati, che con Matteo aveva rotto per riavvicinarsi a Bersani. Il più applaudito è Sergio Chiamparino: grande sindaco di Torino per dieci anni, oggi messo ai margini dal Pd. «Invece di spaventarsi, i leader Pd dovrebbero apprezzare la linfa vitale che viene da questi dibattiti», dice. E non esclude di partecipare anche lui alle primarie, «se nessun altro programma mi convincesse», ma è pronto a «mettersi a disposizione, anche senza fare il numero uno». E qualcuno già sogna il ticket, con il saggio Chiamparino a correggere un po’ a sinistra l’inconoclasta Renzi.