giovedì 7 aprile 2011

Litizzetto: I profughi? Li aiutino i Vescovi e la Chiesa.

Luciana se la prende con la Chiesa e con i cattolici che spendono la vita per i meno fortunati.








I cattolici sono indignati con Rai 3.
Si sentono bersagliati ingiustamente e si sono stancati di subire in silenzio. Prendo a simbolo un giovane prete, che chiamerò don Gianni, un bravissimo sacerdote che - fra le altre cose, insieme ad altri - si fa in quattro e dà letteralmente la vita, per aiutare immigrati, emarginati, “barboni” e tossicodipendenti.
L’ultimo episodio che ha fatto indignare lui e molti altri come lui, è stata l’incredibile invettiva contro la Chiesa fatta da Luciana Littizzetto a “Che tempo che fa”, domenica sera. 
Ebbene domenica, parlando di Lampedusa, a un certo punto - senza che c’entrasse nulla - la Luciana si è lanciata in un attacco congestionato contro la Chiesa, a proposito dell’arrivo dei clandestini tunisini, e ha urlato ai vescovi «dicano qualcosa su questa questione». I vescovi, a suo parere, stanno sempre a rompere «e adesso stanno zitti… fate qualcosa! Cosa fanno?».
La Chiesa non ha taciuto affatto e che proprio la scorsa settimana il segretario generale della Cei, monsignor Crociata ha convocato una conferenza stampa per informare che 93 diocesi hanno messo a disposizione strutture capaci di ospitare 2500 immigrati, caricando sulla Chiesa tutte le spese.
Ma questa risposta di “Avvenire” è uscita in ultima pagina, sussurrata e con un tono benevolo, sotto il titolo: “Chissà se Lucianina chiede scusa”.
Fatto sta che attacchi come quelli della Littizzetto sono stati visti e ascoltati da milioni di telespettatori e ben pochi avranno letto la documentata risposta di “Avvenire”. Forse si può e si deve rispondere anche più energicamente. C’è chi vorrebbe pretendere le scuse del direttore di Rai 3 e soprattutto il diritto di replica.  In nome dei tantissimi sacerdoti, suore e cattolici laici che in questo Paese da sempre, 24 ore al giorno, sputano sangue per servire i più poveri ed emarginati e che poi si vedono le Littizzetto e tutta la congrega di intellettualini e giornalisti dei salotti progressisti che, dagli schermi tv, impartiscono loro lezioni di solidarietà.
Sì, perché la Littizzetto non si è limitata a questo assurdo attacco (condito di battute sul cardinal Ruini). Poi, fra il dileggio e il rimprovero morale, si è addirittura impancata a seria maestra di teologia e ha preteso persino di evocare il “discorso della montagna” - citato del tutto a sproposito - per strillare ai vescovi e alla Chiesa: «ero nudo e mi avete vestito, ero malato e mi avete visitato, avevo sete e mi avete dato da bere... Il discorso della montagna lì non vale perché sono al mare?».
E poi, sempre urlando, ha tuonato: «c’è la crisi delle vocazioni, ci sono seminari e conventi vuoti: fate posto e metteteli lì, che secondo me poi sono tutti contenti». 
Non sarebbe neanche il caso di segnalare che l’ignoranza della Littizzetto è pari alla sua arroganza, perché il “discorso della montagna” sta al capitolo 5 del Vangelo di Matteo, mentre i versetti citati da lei - che non c’entrano niente - stanno addirittura al capitolo 25 (quelli sul giudizio finale che non piacerebbero proprio alla comica di Rai 3). Non sarebbe il caso di sottolineare la gaffe se la brutta sinistra che ci ritroviamo in Italia non avesse elevato comici come lei al rango di intellettuali e addirittura di maestri di etica e di civiltà.
Visto che sia la Littizzetto che Fazio - il quale ha assistito a questa filippica sugli immigrati senza obiettare, facendo ancora la spalla - mi risulta siano ben retribuiti e non vivano affatto nell’indigenza, vorrei sapere, da loro due, di quanti immigrati si fanno personalmente carico. Quanti ne ospitano a casa loro? Quanto danno o sono disposti a dare, dei loro redditi, per accogliere e spesare tunisini, libici e altri clandestini? Considerata l’invettiva della Littizzetto e il suo pretendere che altri (la Chiesa) ospitino gli immigrati a casa loro, non posso credere che lei per prima non faccia altrettanto. Sarebbe veramente una spudoratezza inaccettabile. Vorrebbe allora - gentile signora Luciana - mostrarci la sua bella casa piena di tunisini che lei avrà sicuramente ospitato?
La Chiesa non ha certo bisogno delle lezioni di “Che tempo che fa” per spalancare le sue braccia a chi non ha niente. Lo fa da duemila anni. E dà pure per scontato che il mondo non se ne accorga e neanche la ringrazi. Ma che addirittura debba essere bersagliata dalle lezioncine è inaccettabile, soprattutto poi se a farle fossero persone che non muovono dito per i più poveri.
Intellettuali, comici e giornalisti dei salotti progressisti che spesso schifano l’italiano medio (e anzitutto i cattolici), che stanno sempre sul pulpito, col ditino alzato, a impartire lezioni di morale, di solito non vivono nell’indigenza. Molti di loro trascorrono le giornate fra gli agi, in belle case e al riparo di cospicui conti in banca. Qualcuno - come si è saputo di recente - si avventura pure in investimenti sbagliati.
Prima di impancarsi a maestri e censori degli altri, non sarebbe il caso che anzitutto testimoniassero ciò che fanno loro personalmente?Noi cattolici educhiamo i nostri figli alla carità come dimensione vera della vita. Mio figlio di 14 anni trascorre il sabato mattina con altri coetanei, insieme a don Andrea, a portare generi alimentari a barboni e famiglie indigenti. E a far loro compagnia. Don Andrea educa i suoi ragazzi portandoli anche con le suore di Madre Teresa che vanno a cercare i clochard, se ne prendono cura, li lavano, li medicano, li rifocillano.
Io non ho mai visto un solo intellettuale di sinistra lavare un barbone. Invece i preti, le suore e i cattolici che lo fanno sono tantissimi. Sono persone che fin da giovani hanno deciso di donare totalmente la loro vita, per amore di Gesù Cristo. Hanno rinunciato a una propria famiglia, vivono nella povertà (i preti, titolati con studi ben superiori alla media, vivono con 800 euro al mese) e servono l’umanità per portare a tutti la carezza del Nazareno.
La Chiesa sono questi uomini e queste donne.
È di questi che straparlano spesso certi intellettuali da salotto. Non so se sono ancora in grado di provare un po’ di vergogna. Ma so che questa sinistra intellettuale (quella - per capirci - che se la prende con i crocifissi e che sta sempre contro la Chiesa) fa davvero pena, fa tristezza. Certamente è quanto ci sia di più lontano dai cristiani.

Trattativa Stato-mafia Castelli: "Io dissi no, ma la sinistra nel '94..."

Nel 2003-04, quando si trovava al vertice del ministero di Giustizia Castelli rifiutò una sorta di trattativa con esponenti mafiosi che promettevano una pubblica dichiarazione di dissociazione in cambio di contropartite






Nel 2003-2004, quando si trovava al vertice del ministero di Grazia e Giustizia, Roberto Castelli rifiutò una sorta di trattativa con esponenti mafiosi che promettevano una pubblica dichiarazione di dissociazione in cambio di alcune contropartite. L’allora ministro disse di no "da solo", ma non in assoluta solitudine perché "vi era l’accordo con importantissimi magistrati dell’epoca". Castelli ha fatto quella che definito una "rivelazione" nel corso di una conferenza stampa organizzata dal Pdl per denunciare l’atteggiamento "disponibile" del centrosinistra rispetto alla revoca del 41 bis tra il 1992e il 1993.
Le trattative tra Stato e mafia La ferita è ancora aperta. Il buco nero nella storia del nostro Paese pure. Ancora oggi un silenzio assordante sigilla il cratere aperto nel novembre del 1993 dall’allora Guardasigilli Giovanni Conso: incredibilmente il ministro della giustizia non prorogò il 41 bis per circa trecento mafiosi. Un gesto inspiegabile in un momento drammatico di lotta a Cosa nostra, in piena emergenza, e dopo i mesi terribili delle bombe ai monumenti. Lo Stato si piegò davanti alle mani insanguinate dei boss. Interrogati su questi fatti gli ex capi di Stato Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi non ricordano nulla. Contro questo inaudito silenzio si è gettato l'ex ministro leghista. Castelli chiarisce che la decisione di rispedire al mittente le avances fatte da "boss di prima grandezza" venne presa senza che si consultasse con alcun componente del governo. "Il 41bis, che io ho stabilizzato, è un regime veramente duro e i mafiosi lo temono - spiega l'ex titolare del dicastero di via Arenula - ci giunse la proposta di una pubblica scelta di dissociazione. Si sarebbero arresi allo Stato a patto di avere una contropartita". L'esponente del Carroccio ci tiene a sottolineare che "fu una decisione presa in piena coscienza e in accodo con importantissimi magistrati". "Io ma non solo io abbiamo ritenuto che con la mafia non si può intavolare alcuna trattativa - continua l'ex ministro di Giustizia - misi, quindi, sul piatto della bilancia questa offerta e il fatto che si dovesse trattare e decisi per il no". L'allora Guardasigilli non voleva "assolutamente" che "si potesse pensare che lo Stato avesse intavolato trattativa". E chiarisce: "Io in quegli anni ho preso importanti decisioni in assoluta solitudine.  

mercoledì 6 aprile 2011

Il "furbetto" De Magistris usa lo scudo per dribblare nuovamente il processo.

Dopo il caso Mastella, l'europarlamentare paladino del giustizialismo chiede ancora l'immunità.



La corsa elettorale 2011 per il Comune di Napoli è una delle più dure di sempre, lo si sapeva. Fine del bassolinismo, coalizioni frantumate, partiti liquefatti: molti segnali lo lasciavano intuire. E, a 39 giorni dall’apertura dei seggi elettorali, le danze si sono aperte.
Luigi De Magistris, già magistrato e ora europarlamentare dell’Italia dei Valori, corre alla poltrona di sindaco di Napoli per il partito di Di Pietro. Due giorni fa De Magistris non si è presentato davanti al giudice Renata Palmieri dell’ottava sezione civile del tribunale di Napoli. L’ex pm avrebbe dovuto comparire in aula in quanto denunciato per diffamazione. Ma il suo avvocato difensore ha reso noto che De Magistris ha presentato richiesta di immunità al presidente del Parlamento europeo. Il giudice Palmieri, preso atto dell’istanza, ha sospeso la seduta rinviandola al 20 febbraio 2012.
La vicenda che ha portato De Magistris ad essere querelato nasce nel 2010. Il 3 giugno dello scorso anno l’ex pm rilascia all’Ansa la seguente dichiarazione: «Bagnoli è una pagina vergognosa di commistione tra politica e crimine attorno al denaro pubblico». Il 14 giugno il cda della Bagnolifutura (società a partecipazione pubblica che si occupa del riassetto urbanistico dell’area ex Italsider a Bagnoli, zona ovest di Napoli) conferisce al presidente e al direttore generale mandato di querelare De Magistris per diffamazione. L’iter arriva alla prima udienza del processo. Ma l’ex pm decide di avvalersi dell’immunità parlamentare (è stato eletto a Bruxelles nel 2009; la scadenza naturale del mandato è nel 2014).
Clemente Mastella, candidato sindaco dell’Udeur, ha così commentato la vicenda: «È la seconda volta che De Magistris utilizza l’immunità parlamentare, sperando che nessuno se ne accorga. Lo ha già fatto per sfuggire ad una mia querela e continuerà a farlo. Noi continueremo a denunciare questa sua doppia morale». De Magistris, accusando nella querela un tentativo di intimidazione contro di lui, ha così commentato: «Ribadisco quanto ho sempre sostenuto sul comportamento della società in questione (Bagnolifutura, ndr) e non cesserò di denunciare la malapolitica, gli intrecci finanziari con le amministrazioni pubbliche, lo sperpero di denaro pubblico».
La Bagnolifutura è uno dei cardini del dominio del Pd e del centrosinistra a Napoli; perciò è prevedibile che tra democratici e Idv voleranno sempre più botte da orbi. Anzi, mazzate e’ morte! Se Atene piange, Sparta non ride. Infatti sul fronte del centrodestra non berlusconiano c’è agitazione. Stamattina a Napoli una conferenza stampa di Enzo Rivellini, coordinatore campano di Fli, non lascia presagire rose e fiori per Italo Bocchino, vicepresidente nazionale dei futuristi.

Telefonate del premier, Violante: "Non dovevano finire agli atti"

L’ex presidente della Camera sul processo Ruby: "Le conversazioni del premier non dovevano finire agli atti, tantomeno sui giornali. Ora serve una riforma". La denuncia sulle intercettazioni al premier: "Che cosa è successo? Errore, dimenticanza o intenzione? Non possiamo dare un giudizio finché non avremo le risposte"




Roma - «Mi sembra pacifico che le intercettazioni delle telefonate di Silvio Berlusconi nel caso Ruby non dovevano essere messe agli atti dalla Procura di Milano. Ora si tratta di vedere come e perché questo è accaduto». Luciano Violante è categorico sulla premessa, ma cauto sulle conseguenze del fatto.
Quanto è successo getta ombre sull’intera inchiesta?
«Bisogna vedere a che cosa porterà l’accertamento già annunciato dal Procuratore Bruti Liberati. Quelle tre conversazioni nel fascicolo non dovevano esserci. Infatti, si sa che centinaia di altre in cui parlava il premier sono state cancellate dalla stessa Procura. Ma ancora non conosciamo il motivo per cui in questi casi le cose siano andate diversamente. Che cosa è successo: errore, dimenticanza, intenzione? Non possiamo dare un giudizio finché non avremo queste risposte».
Ma comunque è stato fatto qualcosa di illegale se le intercettazioni indirette di un parlamentare, secondo la legge Boato, non possono essere utilizzate né trascritte senza il via libera delle Camere.
«Ripeto: tutto dipende da che cosa è successo in questo caso. È diverso se si tratta dell’errore o di una dimenticanza di un cancelliere o di un poliziotto che ha inserito quello che non doveva in una mole di documenti, o se un pm non ha fatto fino in fondo il suo dovere. Comunque, la fuga di notizie è da contrastare e, a mio avviso, occorre una riforma: il giudice competente dev’essere non quello dell’ufficio giudiziario dove è avvenuta, ma il tribunale di una diversa Corte d’appello».
Ascoltare le conversazioni di terze persone che parlano con un parlamentare non è un modo di aggirare il divieto?
«Ma se un deputato parla con un capomafia non posso certo censurare l’ascolto».
Qui non c’erano reati così gravi di mezzo.
«La concussione è grave, come anche la prostituzione minorile: è impossibile che per questo tipo di reati possano essere vietate le intercettazioni».
Una volta finiti gli atti di un’inchiesta sui giornali, ormai il danno è fatto. Alla faccia della conclusione del processo.
«E questo, purtroppo, succede ogni giorno. Il peggior giornalista è quello che non pubblica le notizie che ha, ma il dilagare del “giornalismo di trascrizione”, che riempie intere pagine di notizie processuali, intercettazioni, gossip giudiziari, umilia la democrazia».
Come si contrasta questo?
«È necessario trovare una volta per tutte il punto di equilibrio tra quattro diritti: quello del giornalista ad informare, quello del cittadino ad essere informato, quello dei destinatari delle indagini alla riservatezza e quello della giustizia all’efficacia e credibilità delle indagini. Nel processo Ruby, in particolare, ho molto apprezzato il divieto di far entrare in aula telecamere e fotografi: l’aspetto spettacolare è negativo».
Devono essere soprattutto i mass media a porsi dei limiti e non piuttosto i magistrati?
«Se un magistrato o un altro funzionario pubblico viola il dovere di riservatezza, le punizioni sono previste. Qualche volta le notizie sono date direttamente dalla ditta che intercetta prima ancora che arrivino alla Procura. È poi necessaria un’autodisciplina da parte dei giornalisti, che impedisca la pubblicazione di atti come questi. Come si fa per le immagini e il nome dei minori e delle ragazze vittime di violenza sessuale. Un giornalismo che si nutre di pettegolezzi giudiziari perde credibilità, è tipico di Paesi senza un forte senso dello Stato».
Fuga di notizie a parte, non c’è in Italia un uso abnorme delle intercettazioni?
«Siamo al di sotto di molti altri Stati. Da noi tutte le autorizzazioni passano attraverso la magistratura, in altri basta il via libera della polizia o di altri organismi. Negli Stati Uniti, ad esempio, le intercettazioni sono un numero enorme. Ma da noi sui dati c’è molta confusione, anche tra numero di persone e di telefoni intercettati, perché ogni soggetto il più delle volte ha diversi recapiti, naturalmente. E poi, la maggioranza delle intercettazioni viene fatta in città come Palermo, Catania, Reggio Calabria, Napoli e Milano, dove è più forte la densità della criminalità organizzata».
Insomma, lei ha trovato grave o no avere la prova dai giornali che il premier è stato intercettato?
«Se vuole da me un giudizio di colpevolezza verso i pm, senza conoscere i fatti, non lo avrà. Dobbiamo prima capire come mai quegli atti sono finiti nel fascicolo. Fino ad allora non sarebbe onesto pronunciarsi».

martedì 5 aprile 2011

Fondi esteri Ds, il "nuovo Greganti" Agiva per coprire i vertici del partito

Dalle carte sull'Oak Fund, il dossier realizzato da Tavaroli sugli affari esteri della Quercia, emerge il ruolo centrale di Roberto Perini nei presunti affari dei Democratici di sinistra. "I vertici si affidavano a lui per gestire le finanze", come il "compagno G" (Primo Greganti) durante Mani pulite




Corso di Porta Roma­na, un bel palazzo signorile. Il nome «Perini» è sul citofo­no. Schiacciando il pulsante, si entra in comunicazione con una gentile voce di donna che dice «mio marito è già uscito» e «non abbiamo niente da dire ai giornalisti». Chissà cosa sarebbe succes­so se invece dei giornalisti del Giornale fossero venuti i pub­b­lici ministeri dell’affaire Tele­com o i loro carabinieri, a suo­nare questo citofono. Perché qui, a poche centinaia di metri dal palazzo di giustizia, appro­da la lunga pista che - rimbal­zando tra paradisi caraibici, società off-shore conti cifrati ­collega il dossier sull’«Oak Fund», il fondo della Quercia, ai presunti affari dei Democra­tici di sinistra.
Il nome del signor Perini ­per esteso, Roberto Perini, na­to a Rovereto nel 1952- compa­r­e nel dossier che l’investigato­re privato Emanuele Cipriani ha realizzato su incarico di Giuliano Tavaroli, allora capo della Security di Telecom, per appurare chi ci fosse dietro il misterioso Oak Fund, il fondo cifrato delle Isole Cayman su cui approdarono una parte dei soldi pagati dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera per comprare il colosso telefoni­co. Nel dossier, sul quale dopo cinque anni è stato alzato la settimana scorsa il velo del se­greto, compaiono carte raccol­te da Cipriani che indicano in Massimo D’Alema e nei Ds i re­ferenti del fondo. Vero o falso? Impossibile saperlo, perché la Procura milanese - la stessa Procura che utilizza come spunti investigativi anche le lettera anonime- su quelle car­te non ha mai indagato.
Di certo c’è che il lavoro del­la Polis d’Istinto, l’agenzia in­vestigativa di Cipriani, appare ampio e dettagliato. Viene ri­costruita passo per passo la ca­tena di controllo del fondo. Vengono riportati gli atti inter­ni che raccomandano di non indicare Massimo D’Alema (« It would be better to avoid showing mr. Massimo D’Ale­ma as rapresent Il Partito del D.S. as this could cause all sort of complication ») tra i referen­ti del conto. Ed è in quello stes­so appunto che compare per la prima volta il nome di Peri­ni: « As you know, we presently show mr. Roberto Perini ». Da quel momento, la Polis d’Istinto ha iniziato a scavare sulla figura di questo trentino di mezza età. Il risultato finale è una definizione: «Perini è co­me Greganti». Ovvero il leg­gendario «compagno G» che negli anni Novanta gestì per conto del Pci i rapporti con l’Enimont di Gardini,e non so­lo quelli. Nel «summary» nu­mero 7 inviato nel 2002 da Ci­priani a Giuliano Tavaroli, c’è un intero appunto su Perini, steso con un linguaggio vaga­mente da questurini. Si parla di «condotta limpida», di «per­sona che nel suo ambiente go­de di una grande stima» che «sin da giovane ha abbraccia­to l’ideologia di sinistra e le te­matiche ambientaliste».
Ecco l’integrale: «Sin da giovane ha sempre seguito con molta at­tenzione la nostra vita sociale e politica abbracciando un’ideologia democratica di sinistra (...) In questo caso la sua coerenza lo ha portato a ot­tenere la fiducia da parte di quei personaggi che nel tem­po lo hanno seguito e fatto ma­turare politicamente, conqui­standosi la più ampia fiducia in seno al nostro diesse. La sua vivacità sociale viene evinta anche dal fatto che ha seguito (sino a sei/sette anni fa) con estrema attenzione anche il problema ambientale, (in par­ticolare le discariche). Il sud­detto è stato definito: 1) «un uo­mo di assoluta fiducia». 2) «Persona delegata a rappre­sentarli ». 3) «Uomo che colla­bora in affari/circostanza/ eventi dove i vertici di partito, o parte di esso, non possono apparire o risultare ufficial­mente. Possiamo dunque af­fermare, secondo corrente pensiero, che là dove un parti­to dem­ocratico grande e istitu­zionalizzato, da sempre capa­ce di portare nel nostro paese vivacità democratica, vivacità finanziaria e sociale, deleghe­rebbe o delega in particolare modo per la parte finanziaria, il signor Perini come di fatto lo è. Nella concretezza, nel­l’esempio di P.R. (Perini Ro­berto, ndr ) viene definito co­me il G. (Primo Greganti) del nuovo millennio». Potrebbero essere chiac­chiere in libertà, se non andas­sero a collimare con le altre, vi­stose tracce che chiamano in causa i Ds nella vicenda, come i 10 milioni e 785 mila dollari che approdano su un conto della Banca Antonveneta, e che un appunto contenuto nel dossier collega al «noto parti­to ». Certo, tutto sarebbe stato più chiaro se i pm fossero an­dati da Perini a chiedergli: è ve­ro che lei è il referente dell’Oak Fund, è vero che si appoggia al­lo studio del notaio Lucio Ve­lo, è vero che conosce il signor James Manders che alla ban­ca Bear Sterns di Londra gesti­sce il conto 1020733828 inte­stato a Oak Fund? E quali sono i suoi rapporti con i Ds? Tutte domande che la Procura mila­nese non ha mai fatto.

lunedì 4 aprile 2011

Chiamparino: non sono mica fesso...no agli immigrati.

Il Sindaco di Torino, non accoglierà i clandestini di Lampedusa. Accetterò solo profughi.




No alle tendopoli: lo dicono tutti i Governatori italiani, a sottolineare come le Regioni sono sì disposte ad aiutare Lampedusa (e il governo) nella distribuzione dei migranti su tutto il territorio, ma solo dietro promesse chiare e garanzie che la permanenza sia temporanea. L'opposizione è trasversale e va da Renata Polverini, guida di centrodestra del Lazio, a Vasco Errani, leader della rossa Emilia Romagna e presidente della conferenza delle regioni. Ma a far scalpore è il dietrofront di Sergio Chiamparino, considerato da Berlusconi la mente 'ragionevole' del Pd: "Non mi piace passare per fesso"...

                                                               DIETROFRONT

- A pochi giorni dal trasferimento di 1.500 immigrati (previsto per lunedì), il sindaco di Torino nega l'utilizzo dell'Arena Rock. "Chiediamo - spiega Chiamparino in un'intervista a Repubblica - che a Torino arrivino profughi e non clandestini da espellere. Fino a che non sarà fatta chiarezza la nostra disponibilità è sospesa". Secondo l'esponente democratico, una tendopoli da migliaia di persone rischia di creare problemi di ordine pubblico, fino a vere e proprie rivolte: "A Torino ne abbiamo già una, ospita meno di 200 persone e non è sempre facile mantenere l'ordine. E' un'idea folle quella di radunare 1.500-2.000 persone sotto le tende e annunciare loro che verranno presto espulse e rimandate a casa. La rivolta inizierebbe nel giro di cinque minuti e sarebbe incontrollabile". Poi l'affondo al ministro degli Interni: "Maroni non era in malafede, ma non ci sto a fare la parte di quello che accetta di accogliere persone in difficoltà per poi scoprire che si vuol fare un centro di espulsione a cielo aperto. La politica non si fa con le chiacchiere, e nemmeno con la demagogia".

Le carte sui fondi dei Ds ignorate dai giudici fanno tremare D’Alema

Il giudice ordina di desecretare le 300 pagine che svelano il tesoro nascosto degli ex Democratici di sinistra. Ma la Procura non ha mai aperto un'inchiesta.






 «It would be better to avoid showing mr. Massimo D’Alema as rapresent Il Partito del D.S. as this could cause all sort of complication». Traduzione: «Sarebbe meglio evitare di mostrare Massimo D’Alema come rappresentante del partito dei Ds, perché questo potrebbe provocare ogni tipo di complicazioni». Eccolo, finalmente, il foglio che per cinque anni è rimasto segreto, negli armadi blindati della Procura e del tribunale di Milano, e che adesso viene riportato alla luce per ordine di un giudice. E insieme a quel foglio - coperto da grandi macchie, ma leggibile in molte sue parti - viene alla luce l’intero dossier: nome in codice «Oak Fund».
È il dossier che fa tremare i Ds. Nel rapporto riservato sul presunto tesoro dell’ex Pci-Pds-Ds che il capo della Security di Telecom, Giuliano Tavaroli, commissionò all’agenzia d’investigazioni private Polis d’Istinto, si parla diffusamente di personaggi, società e conti esteri riconducibili al partito di D’Alema. Quel D’Alema che come presidente del Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, lo scorso novembre provò a scavalcare il segreto di Stato per mettere le mani sul preoccupante carteggio fin lì definito una «bufala» da lui stesso, da Fassino e dall’ufficio legale del partito. Richiesta respinta. In base al decreto Mastella - varato in fretta e furia dal Parlamento dopo l’esplosione dello scandalo Telecom - tutti i dossier erano destinati a essere distrutti, seppellendo per sempre i loro contenuti, veri o fasulli che fossero.
Ma giovedì scorso una novità inattesa fa irruzione sulla scena del processo in corso a Milano agli uomini accusati di avere realizzato quei dossier. Il presidente della Corte d’assise Piero Gamacchio si vede recapitare in aula l’intero malloppo: a inviarlo è un altro giudice, Giuseppe Gennari, che dovrebbe occuparsi della distruzione del materiale. Ma Gennari dice: non ho trovato alcuna prova che questi dossier siano stati raccolti illegalmente, per cui devono fare parte a pieno titolo del processo. Il segreto, insomma, è tolto sull’intera attività della «Security» di Telecom. Compreso il dossier «Fondo». Quello sul fondo della Quercia.
Il Giornale ha potuto leggere per intero il dossier. È una lettura che apre scenari inquietanti. Dentro c’è tutta la storia del conto, ci sono ripetuti riferimenti a D’Alema, al suo partito, ai suoi presunti incaricati d’affari. Certo, sono tutte tracce che andrebbero verificate da un’inchiesta ufficiale. Ma - e questo è il secondo aspetto inquietante - una inchiesta ufficiale non c’è mai stata. A leggere il dossier, si comprende appieno lo stupore con cui l’anno scorso il giudice Mariolina Panasiti, rinviando a giudizio gli attuali imputati, sottolineò l’assenza di qualunque sviluppo investigativo dei suoi contenuti.
Il dossier è costituito da circa trecento pagine di secret reports e note confidential, raccolti dall’investigatore privato Emanuele Cipriani su input di Giuliano Tavaroli, a sua volta incaricato della cosa (secondo quanto dichiarato in un’intervista, ma non ai pm) da Marco Tronchetti Provera. È la storia del Oak Fund alle Isole Cayman, creato il 22 settembre 1997 con il numero 76524 e gestito dalla Citco, una società fiduciaria con sede anche in Olanda. Il dossier ricostruisce genesi e catena di controllo del fondo attraverso complicati schermi finanziari, con rimbalzi su banche estere, europee e caraibiche e con l’impiego di professionisti del settore off shore simili in tutto a quel James Walfenzao che trattò la casa di Montecarlo del cognato di Gianfranco Fini, mister Giancarlo Tulliani.
Nella sua intervista a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, Tavaroli aveva riassunto così i risultati del dossieraggio: «I soldi hanno viaggiato in giro per l’Europa, per poi approdare a Londra nel conto dell’Oak Fund cui erano interessati i fratelli Magnoni e dove aveva la firma Nicola Rossi e Piero Fassino. Queste cose le ho dette anche ai pm ma loro mi dicevano: non scriviamo i nomi sul verbale, diciamo esponenti politici». Tutte queste persone citate dall’ex capo della security hanno smentito e annunciato querele. Ma restava da capire il comportamento della procura di Milano: questi benedetti nomi associati a queste benedette società finanziarie, ci sono o non ci sono nel dossier sequestrato durante l’inchiesta? E se ci sono, come in alcuni casi ci sono, perché non si è indagato al riguardo?
Ecco arriva la risposta: alcuni nomi, nel dossier, ci sono. C’è, ripetutamente, quello di Massimo D’Alema. C’è una sigla che appare due volte, P.F. C’è un non meglio identificato «signor Rossi».
C’è persino una telefonata che uno degli emissari di Cipriani fa alla Citco di Nassau, spiegando di voler inviare un bonifico ai proprietari del fondo Oak, e si sente rispondere di contattare la sede dei Ds a Roma, con tanto di numero telefonico, e di contattare il «tesoriere del partito o il noto personaggio “Baffino”». C’è un’altra telefonata, sempre alla Citco, in cui l’emissario di Cipriani chiede come dovrebbe rispondere se qualcuno gli facesse domande sul fondo Oak, e gli dicono di fare riferimento genericamente a qualche banca, «è anche possibile accennare alla compagnia assicuratrice Unipol ma non deve essere assolutamente menzionato M.D’A. o gli esponenti del partito italiano». E poi c’è il foglio macchiato citato all’inizio di questo articolo: macchie fatte a bella posta, per nascondere autore e data. È intestato alla Citco Netherlands, indirizzato a tale «mr.Rolle».
Cita il nome del fiduciario italiano fino a quel momento indicato come gestore del conto. E lancia l’ammonimento: non citare mai Massimo D’Alema, «as this could cause all sort of complications».
Sul conto della Oak, in una data che il dosser non indica, approdano 10 milioni e 775 mila dollari. Perché? Il dossier non lo cita, perché l’indagine si ferma lì: a Cipriani arriva l’ordine di sospendere l’indagine. Ai vertici di Telecom conoscere tutta la verità sul fondo della Quercia non interessa. Alla Procura di Milano, evidentemente, neanche.