sabato 12 marzo 2011

Giappone: si temono 1700 vittime, ma il bilancio è approssimativo.















Sale anche il bilancio delle vittime del terremoto e dello tsunami che ha colpito ha colpito ieri il Giappone. Il bilancio finale potrebbe essere di almeno 1.700 vittime. Solo nella prefettura di Miyagi, la più colpita dallo tsunami, mancano 9.500 persone. L'Agenzia meteorologica giapponese abbassa l'allarme tsunami.

L'allarme tsunami si abbassa, ma il terremoto e lo tsunami che hanno colpito ieri il Giappone potrebbe aver mietuto molte più delle 621 vittime finora accertate dall'Oms. Mancano all'appello, infatti, circa 9.500 persone solo nel porto di Minamisanriku, nella prefettura di Miyagi, una delle zone più colpite dal devastante tsunami seguito al terremoto di ieri. L'esercito ha inoltre ritrovato circa 400 cadaveri nel porto di Rikuzentakata. La zona ieri era stata completamente inondata dalle acque. Le immagini della devastazione causata dallo tsunami sono state trasmesse dalle televisioni nipponiche e avevano già fatto presagire un pesante bilancio delle vittime.
Si temono 1700 vittime Non si hanno più notizie dei quattro treni passeggeri che viaggiavano ieri lungo la costa del Giappone. Non è chiaro quante persone si trovavano a bordo dei treni. Quello che è certo è che è "un disastro "senza precedenti" da superare "tutti insieme", come ha detto il premier giapponese Naoto Kan, in conferenza stampa, dopo un sopralluogo sui luoghi distrutti dallo tsunami. "Il sisma, ha aggiunto, ha causato uno tsunami più grande del previsto. Per la ricostruzione ci sarà bisogno dell’apporto di tutti. Ora è necessario pensare alle evacuazioni e alla messa in sicurezza. Questa terribile calamità ci renderà ancora più uniti e più forti".
Si abbassa l'allarme Mentre Tokyo torna alla normalità e riapre l'aeroporto, l’Agenzia meteorologica giapponese (Jma) ha abbassato l’allarme tsunami per le coste dell’arcipelago: secondo l’ultimo bollettino, diramato nel primo pomeriggio, sono scese a quattro le prefetture a rischio massimo di tsunami, con onde anomale potenzialmente oltre i tre metri di altezza. Le aree dove vige ancora l’allarme rosso sono quelle nord-orientali già colpite duramente dagli tsunami di ieri, seguiti al potente sisma di 8,9 gradi Richter: le prefetture di Iwate, Miyagi e Fukushima, e il tratto costiero della prefettura di Aomori. La maggior parte delle zone del Paese, compresa la baia della capitale Tokyo, presenta adesso l’allarme di colore giallo, corrispondente al pericolo di onde alte fino a mezzo metro. 

Travaglio: il giovedi sera diventa "Professore" e gli altri 6 giorni becca bastonate dai tribunali di mezza Italia.

Millanta l'eredità di Montanelli e si diverte a dare le pagelle ai colleghi come Ferrara. Ma intanto colleziona solo errori. Sono già dodici le batoste giudiziarie, da Previti nel 2000 ai casi recenti Socci e Schifani.


Marco Travaglio è un professori­n­o del giornali­smo. Dà le pa­gelle a tutti i colleghi e vi­gliacco che uno prenda almeno una volta la suffi­cienza. Si è autonomina­to erede di Montanelli, con il quale millanta una lunga frequentazione, quasi fossero padre e fi­glio, fin da quando lavo­rava per Il Giornale del quale era, pagato da Ber­lusconi, vicecorrispon­dente da Torino, cioè nul­la. I miei colleghi più an­ziani del Giornale non ri­cordano di averlo mai vi­sto una volta nella reda­zione centrale e scom­mettono che Montanelli non sapeva neppure chi fosse. Quando Indro eb­be la sciagurata idea di mollare la sua creatura per fondare La Voce , Tra­vaglio lo seguì, «uno dei tanti, nulla di più», ricor­dano oggi i compagni di avventura rimasti sulla strada. A parte questa piccola mitomania, di Travaglio giornalista non si ricor­da nulla. Ha avuto più for­t­una con le carte giudizia­rie trasformate in libri, grazie ai quali ha fatto sol­di e raggiunto la fama. Ie­ri ha stroncato pure Giu­l­iano Ferrara e il suo ritor­no in tv da lunedì, ogni se­ra dopo il Tg1. Egocentri­co e invidioso, Travaglio ha sentenziato che Ferra­ra non è un giornalista. La prova? Il Foglio , quoti­diano diretto da Ferrara, vende poche copie, mol­te meno del suo Il Fatto. Sai che ragionamento. È come se il proprietario di un sexy-shop si vantasse di avere più clienti di una galleria d’arte. Per curiosità, siamo an­dati a vedere come sono finiti gli scoop di Trava­glio campione di giorna­lismo senza macchia. Ec­co un elenco, probabil­mente incompleto, delle sue prodezze. Salvo erro­ri ed omissioni, la situa­zione è questa (il voto lo lasciamo a voi lettori). Nel 2000 è stato con­dannato in sede ci­vile, dopo essere stato ci­tato in giudizio da Cesare Previti a causa di un arti­colo su L’Indipendente , al risarcimento del dan­no quantificato in 79 mi­lioni di lire. Il 4 luglio 2004 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processua­li) per un errore di omoni­mia contenuto nel libro La repubblica delle bana­ne scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. In esso, a pagina 537, si descriveva «Falli­ca Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia», «commercian­te palermitano, braccio destro di Gianfranco Mic­cichè... condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito pro­mosso deputato nel colle­gio di Palermo Settecan­noli ».L’errore era poi sta­to trasposto anche su L'Espresso , il Venerdì di Repubblica e La Rinasci­ta della Sinistra , per cui la condanna in solido, oltre­ché su Editori Riuniti, è stata estesa anche al grup­po Editoriale L’Espresso. Il 5 aprile 2005 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile, assieme all’allo­ra dir­ettore dell ’Unità Fu­rio Colombo, al pagamen­to di 12.000 euro più 4.000 di spese processua­li a Fedele Confalonieri (presidente Mediaset) dopo averne associato il nome ad alcune indagini per ricettazione e riciclag­gio, reati per i quali, inve­ce, non era risultato inqui­sito.
Il 20 febbraio 2008 il Tribunale di Torino in sede civile lo ha con­dannato a risarcire Fede­le Confalonieri, presiden­te di Mediaset, con 6.000 euro, a causa dell’articolo «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato nella rubrica Uliwood Party
su l’Unità il 6 luglio 2006
Nel giugno 2008 è stato condannato dal Tribu­nale di Roma in sede civile, as­sieme al direttore dell’ Unità Antonio Padellaro e a Nuova Iniziativa Editoriale, al paga­mento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornali­sta del Tg1 Susanna Petruni come personaggio servile ver­so il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubbli­cazione- si leggeva nella sen­tenza - difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffa­matorio ». Nel gennaio 2010 la Cor­te d’Appello penale di Ro­ma lo ha condannato a 1.000 euro di multa per il reato di dif­famazione aggravato dall’uso del mezzo della stampa, ai dan­ni di Cesare Previti. Il reato, se­condo il giudice monocratico, sarebbe stato commesso me­diante l’articolo «Patto scellera­to tra mafia e Forza Italia» pub­blicato sull’ Espresso il 3 ottobre 2002. La sentenza d’appello ri­forma la condanna dell’otto­bre 2008 in primo grado inflitta al giornalista ad 8 mesi di reclu­sione e 100 euro di multa. In se­de civile, a causa del predetto re­ato, Travaglio era stato condan­nato in primo grado, in solido con l’allora direttore della rivi­sta Daniela Hamaui, al paga­mento di 20.000 euro a titolo di risarcimento del danno in favo­re della vittima del reato Cesare Previti. Pochi giorni fa, in attesa della sentenza di Cassazione, il reato è caduto in prescrizione grazie ad una inspiegabile len­tezza dei giudici a scrivere le motivazioni. Il 28 aprile 2009 è stato condannato in primo grado dal Tribunale penale di Roma per il reato di diffa­mazione ai danni dell’allo­ra direttore di Raiuno, Fabri­zio Del Noce, perpetrato mediante un articolo pub­blicato su l’Unità dell’11 maggio 2007. Il 21 ottobre 2009 è stato condannato in Cassazio­ne ( Terza sezione civile, senten­za 22190) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giu­dice Filippo Verde che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro Il ma­nuale del perfetto inquisito , af­fermazioni giudicate diffama­torie dalla Corte in quanto riferi­te «in maniera incompleta e so­stanzialmente alterata» visto il «mancato riferimento alla sen­tenza di prescrizione o, comun­que, la mancata puntualizza­zione del­carattere non definiti­vo della sentenza di condanna, suscitando nel lettore l’idea che la condanna fosse definiti­va (se non addirittura l’idea di una pluralità di condanne)». Il 18 giugno 2010 è stato condannato dal Tribuna­le di Torino- VII sezione civile ­a risarcire 16.000 euro al presi­dente del Senato Renato Schifa­ni ( che aveva chiesto un risarci­mento di 1.750.000 euro) per diffamazione, avendo evocato la metafora del lombrico e del­la muffa a Che tempo che fa il 15 maggio 2008.

sabato 5 marzo 2011

Affittopoli a Roma, casa "regalata" a Visco Junior



Il comune  guidato dal sindaco Veltroni, vende casa a prezzo di favore al figlio del ministro "vampiro" di Prodi. e non e' il solo caso.


Dopo la Finocchiaro, il figlio di Visco. Affittopoli romana colpisce ancora, e sempre un grosso nome del Partito democratico. Come scritto da Franco Bechis su Libero oggi in edicola, il 30 ottobre 2006 Gabriele Visco, figlio dell'allora viceministro dell’Economia del governo Prodi, Vincenzo, acquista una casa alle spalle di piazza Campo dei Fiori, a Roma. Gliela vende dopo un'asta andata deserta il Comune di Roma, guidato da Walter Veltroni, attraverso la finanziaria Campidoglio finance. Incroci piuttosto pericolosi. La transazione desta scalpore per i risvolti economici: Visco jr ha pagato 910mila euro per un appartamento al piano nobile da 154 metri quadrati (più una cantina da 40 metri quadrati). La base d'asta era 748mila euro per l'appartamento e 23.100 per la cantina. Un rialzo, dunque, del 20% mentre la media in questo tipo di operazioni è del 60%. Il prezzo a metro quadrato è stato di poco superiore ai 5.500 euro, mentre in quella zona il prezzo di mercato era all'epoca di superiore ai 20mila euro. Oggi, dopo tempi di crisi per il mattone, le agenzie private propongono offerte che oscillano fra i 12mila e i 17mila euro al metro quadrato. Il "periodo fortunatissimo" di Gabriele Visco, ricorda ancora Bechis, continuò con l'assunzione come dirigente a Sviluppo Italia, società controllata proprio dal ministero dell'Economia.

SVENDOPOLI - Non c'è solo Visco Junior nell'elenco dell'Affittopoli/Svendopoli capitolina. Un elenco di oltre 2mila immobili 'offerti' a prezzi di favore tra 2001 e 2007. Il risultato? Il Comune ha incassato appena il 15% del suo valore di mercato. Colpa soprattutto delle associazoni, che godono di canoni ribassati dell'80%. A sorridere di più sono infatti i partiti,spesso addirittura morosi. E' il caso della sede Pd in via Angeli 141-143, zona Casal Bruciato: la sezione paga 491,99 euro al mese di affitto ma deve ancora alle casse comunali 13.279,89 euro. Per Sel e Acli, 'domiciliati' in via Vicopisano 91-93, 2.027 euro di morosità. Nono solo borgata. In centro, a Trastevere, Rifondazione comunista paga solo 3.755 euro. All'anno.

LE REAZIONI - "La verità sullo scandalo affittopoli a Roma e nel Lazio è che la sinistra ha dato case agli amici a prezzi di favore. Fa la moralista a senso unico, mentre invece si deve fare chiarezza": è questo il commento del presidente dei senatori del Popolo della libertà, Maurizio Gasparri.

venerdì 4 marzo 2011

Il Pd tarocca le firme contro il Cav e accusa il Giornale: colpa vostra.




Il segretario del Pd gongola dicendo di aver raccolto più di dieci milioni di firme. Ma sul sito ufficiale del Pd c'è scritto un milione e non c'è nessun controllo sulla veridicità dei dati forniti da chi partecipa. Noi abbiamo fatto la prova...


Moana Pozzi, Giovanni Paolo II e anche Benito Mussolini. Ci sono pure loro tra le dieci milioni di firme raccolte dal Partito Democratico per l'iniziativa Berlusconi dimettiti. Firme fasulle che hanno fatto infuriare i vertici del partito che, tanto per cambiare, ha dato la colpa a noi del Giornale. "La raccolta on line delle firme anti-Berlusconi momentaneamente sospesa sul sito del Pd, e questo per stoppare l’attacco portato da Libero e il Giornale, che avevano suggerito ai loro lettori di inserire nomi fasulli nella raccolta per delegittimare l’iniziativa", dice il Pd in un comunicato ufficiale. Dopo pochi minuti il sito del Giornale che per primo ha dato la notizia delle firme false (mentre Libero ci ha copiato) smentisce nel modo più assoluto queste dichiarazioni. L’accusa è infondata, il Giornale.it ha seguito l’iniziativa del Pd notando diverse anomalie. Le foto che ritraggono le firme fasulle sono state scattate nel pomeriggio prima che l’articolo fosse pubblicato e Il Giornale non ha in alcun modo consigliato ai lettori di inserire nomi di fantasia tra i firmatari, ma si è limitato a fare del giornalismo andando a verificare quanto lo stesso Pd ha pubblicato sul sito. Il Partito Democratico piuttosto dovrebbe chiarire: è vero o no che nessun documento d’identità era richiesto per firmare la petizione?

Il Pd ha raggiunto "l’obiettivo" di 10 milioni di firme di italiani che chiedono le dimissioni di Silvio Berlusconi e comincerà a consegnarle il prossimo 8 marzo. Parola di segretario del Pd. E' così fiero della crociata Pierluigi Bersani da annunciarlo gongolante in una conferenza stampa alla Camera. L’iniziativa ha avuto "un successo incredibile, anche agli occhi di chi, come noi, sono anni che organizza gazebo. In quattro settimane abbiamo allestito 20mila gazebo in tutta Italia, abbiamo inviato 4 milioni di moduli ad altrettante famiglie italiane, abbiamo raccolto le firme on-line e continueremo ancora durante il prossimo fine-settimana".

La gaffe del sito Ma a sciorinare tutti questi numeri, c'è il rischio di confondersi. E così pare sia successo. Il trionfalismo di Bersani stona fortemente con quanto viene visualizzato sul sito ufficiale del Pd. In basso a destra, infatti, il proclama recitava: "Abbiamo già raccolto 1.082.076 firme", poi, quando si sono accorti dell'errore hanno chiuso la pagina e aggiunto lo zero mancante. Ma a scanso di daltonismo, riguardando meglio a quel numero manca uno zero per arrivare a confermare gli annunci festanti di Bersani. Un errore di stampa o un lapsus freudiano? Tra un milione e rotti e più di dieci milioni intercorre una differenza non da poco. Ma c'è da scommettere che il Pd respingerà le accuse al mittente, affermando magari che quel numero si riferisca solo ai firmatari on line.

Nomi illustri Sarà pure, ma sfogliando la lista dei firmatari della petizionesi scoprono nomi illustri: Fidel Castro, Gheddafi, Moana Pozzi, Himmler, Wojtyla, Vittorio Emanuele di Savoia, Giuseppe Garibaldi e lo stesso Berlusconi, desideroso di aiutare Bersani nell'intento di farlo dimettere. Cliccando sull'invito a vergare le dimissioni del premier si scopre poi una totale assenza di controlli.

La prova Abbiamo provato a firmare l'appello anche noi, naturalmente con un nome inventato, convinti che ci venisse subito bloccato l'accesso o richiesto un documento di riconoscimento. Niente di tutto questo, anzi la risposta è stata: "Grazie per aver aderito". E come per magia, dopo qualche secondo, il nostro falso nome "Francesco Pingitorre", di Aosta, compare nella lista dei firmatari. Insomma, nessuno controlla la veridicità dei dati. Poi c'è la possibilità di scaricare il modulo, stamparlo e firmarlo. Ma lo stesso utente può benissimo scaricare quanti moduli vuole, tanto non è richiesto altro che nome, cognome, città, indirizzo e mail. Nessun documento di identità.

Pochi iscritti Ma la campagna del Pd ha voluto fare le cose in grandi. E dunque è possibile anche invitare altri amici tramite internet o firmare addirittura via Facebook.  Sulla pagina ufficiale del Pd "Berlusconi dimettiti" hanno dato la certezza di partecipare solo 11 persone, 86 non hanno ancora deciso. Peccato che la pagina si riferisse alla raccolta già passata del 28 febbraio. Nell'altra pagina Facebook dedicata alle dimissioni di Berlusconi, i membri registrati sono 40 mila, ben lontani dai numeri di Bersani.

I banchetti Sul capitolo dei banchetti per la raccolta di firme, permangono poi gli stessi dubbi di cui, non solo noi, ma anche testate non certo berlusconiane, avevano lamentato settimane fa. Per esempio, passando vicino a uno di questi banchetti, a Milano al mercato di via Ardissone, angolo via McMahon, non è stato difficile ascoltare l'invito dei promotori dell'iniziativa rivolto a due egiziani. Perché, come dire, tutte le firme fan buon brodo. E così, dopo le file di cinesi alle primarie di Napoli, non stupirebbe che se ne aggiungessero altre di persone inventate o di extracomunitari. Nell'attesa che arrivi l'8 marzo, rimane la curiosità di visionare queste fantomatiche "milionate di firme". Una curiosità tutta nostra, visto che le altre testate non hanno menzionato il successone di Bersani nemmeno in un trafiletto...  

Affittopoli, le case ad amici a prezzi stracciati: anche Visco e le sedi Pd tra i furbetti di Roma

 

 

Gli immobili del comune di Roma ceduti o affittati a canoni di favore. L’erede dell’ex ministro comprò un’abitazione per quasi metà del valore. Il paradosso dei democratici e Sel: pagano poco e sono anche inquilini morosi. Ecco l'eredità degli ex sindaci Rutelli e Veltroni.


Roma - Case in vendita a prezzi stracciati o comunque ben sotto i valori di mercato. Appartamenti e locali in affitto per cifre irrisorie. A chi? A gente comune che beneficia di canoni popolari (per case che popolari non sono) o ha potuto riscattare la casa in cui viveva sacrificando i risparmi di una vita. Ma non solo: negli elenchi degli affittuari e degli acquirenti del patrimonio immobiliare del Comune di Roma spunta anche qualche nome noto che certo indigente non è.
Tra chi anni fa ha acquistato viene fuori il nome di Gabriele Visco, figlio dell’ex ministro di centrosinistra Vincenzo, che grazie ai «saldi» del mattone capitolino ha potuto acquistare con un’offerta successiva a un’asta (andata deserta) un’immobile in via Monte della Farina, alle spalle di largo Argentina, zona molto pregiata della capitale. Un appartamento di 154 metri quadri (più supercantina di 40) per il quale il locatario non ha esercitato il diritto di prelazione. Ed ecco l’offerta di Visco jr, che ha speso per la verità una cifra non indifferente: 910mila euro, pari a 5.900 euro a metro quadro (4.690 se si considera anche la cantina), ben inferiore, comunque, agli 8.300 euro al mq che è la valutazione media dell’Agenzia per il territorio in zona, peraltro generalmente sottodimensionata. Ha messo su casa a Roma anche lo scrittore bosniaco Predrag Matvejevic, già consulente per il Mediterraneo nel Gruppo dei saggi della Commissione europea durante la presidenza Prodi, che insegnando alla Sapienza ha dapprima avuto un appartamento del Campidoglio in affitto in via Andreoli in Prati, altra zona chic, e poi nel 2005 l’ha riscattata. A buon prezzo, non c’è che dire: 305.592 euro per 153 metri quadri. Vale a dire 1997 euro a metro quadro in una zona la cui valutazione media (sempre fonte Agenzia del Territorio) è 5.700. E poi, ospiti morosi del Comune nonostante i minimi canoni, ecco pure le sezioni di partito del Pd e di Sel. E ancora, celebri ristoranti e lussuosi alberghi. Una mappa del privilegio ancora da scoprire, perché è probabile che solo gli accertamenti di inquilini e acquirenti, casa per casa, scoprano i nomi eccellenti.
Le liste dei beni immobili di proprietà del comune di Roma sono arrivate al Campidoglio dalla Romeo, la società napoletana che gestisce il vasto patrimonio immobiliare dell’amministrazione capitolina. Non si tratta di edilizia residenziale pubblica, ma di patrimonio disponibile. Che dovrebbe essere affittato e venduto a prezzi di mercato o giù di lì. E invece, a scorrere gli elenchi, così non è. E forse la Procura di Roma farebbe meglio a dare un’occhiata a questi elenchi: perché se piazzale Clodio ha aperto un’inchiesta sugli affitti e le vendite del patrimonio immobiliare pubblico capitolino a partire dal 2007, gli sprechi e i favoritismi risalgono a prima, molto prima.
Il Comune di Roma ha infatti «svenduto» centinaia di immobili con rogiti firmati tra il 2005 e il 2010, ma soprattutto nei primi due anni di questo lasso di tempo, il 2005 e il 2006. Anni in cui al governo della città c’era Walter Veltroni, il sindaco tutta forma e poca sostanza. Ed era sempre sindaco Uòlter quando fu piantato il seme della dismissione facile del mattone pubblico nella capitale. Quel 20 dicembre 2001 in cui il consiglio comunale a maggioranza centrosinistra - assente lo stesso Veltroni - approvò la delibera 139 che stabiliva criteri e modalità e fissava gli indirizzi per l’«alienazione del patrimonio disponibile residenziale e non residenziale dell’amministrazione comunale». Nella delibera c’era già tutto: diritto di prelazione per i locatari, messa all’asta degli immobili non riscattati, divieto di vendere per dieci anni, tutela per le famiglie meno abbienti. Ma soprattutto c’era in allegato l’elenco delle centinaia di immobili da alienare. Location spesso prestigiose: corso Rinascimento (praticamente piazza Navona), l’affascinante piazza Margana a due passi dal Teatro Marcello, piazza di Trevi, piazza delle Cinque Scole, piazza Navona, piazza San Salvatore in Lauro, piazza Trilussa a Trastevere, via dei Cerchi, via dei Vascellari, via dei Falegnami, via del Colosseo eccetera. Tutte strade in cui possedere un quartierino è un sogno proibito. Chi c’è riuscito, accenda un cero a San Veltroni. Gli altri, si arrabbino pure.

mercoledì 2 marzo 2011

ESOGEST: Percolato smaltito nei canali della bonifica.





 





























Fonte: CasertaCe  

Brancaccio, un giorno si e l'altro pure in Procura per denunciare.
Questa volta, nel mirino, la Esogest di Pastorano-Casapulla.
"Quelli" non si possono toccare, sono amici di Zinzi.....con loro la Provincia ha usato due pesi e due misure.


Comunicato stampa


E’ stato consegnato dal consigliere provinciale dei Popolari per il Sud Angelo Brancaccio alla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e, per conoscenza, alla Regione Campania l’esposto sulle presunte omissioni della Provincia legate al caso dell’impianto di smaltimento dei rifiuti Esogest che si trova in località Torre Lupara a Pastorano. “Vorrei capire come sia possibile che un impianto in cui si smaltisce del percolato all’interno dei canali di bonifica, così come si evince da un verbale della polizia provinciale, abbia potuto proseguire nella propria attività senza che nessuno abbia detto nulla – ha spiegato Brancaccio – siamo di fronte ad attività che mettono seriamente a rischio la salute dei cittadini e, quindi, almeno per una volta, la sete di business deve essere messa da parte”. Brancaccio spiega attraverso una serie di date il rapporto anomalo tra l’impianto di Pastorano e la Provincia. “Il 5 novembre 2010 c’è stato un sopralluogo della polizia provinciale nel quale sono state rilevate palesi irregolarità, ma non è scattato il provvedimento di sequestro dell’impianto. L’iter burocratico prevede che sia la Regione a dover essere allertata – ha sottolineato Brancaccio – ebbene, la Provincia trattiene per ben ventidue giorni il verbale del controllo, e lo consegna alla Regione solo il 6 dicembre e solo a seguito di una mia denuncia pubblica. I funzionari di Palazzo Santa Lucia dispongono la sospensione delle attività della ditta in data 13 dicembre”. L’esponente mastelliano sottolinea come, nonostante tutto, la Esogest abbia continuato a lavorare. “Da un verbale del 21 dicembre stilato a seguito di un nuovo sopralluogo, il titolare della Esogest ha dichiarato di non essere a conoscenza di nessun provvedimento nei confronti della ditta. Strano… - ha proseguito – il 4 gennaio 2011, comunque è stato revocata la sospensiva a seguito di un sopralluogo dell’Arpac che ha riscontrato come le anomalie siano state sanate”.

Brancaccio, nella dettagliata denuncia, sottolinea come nei confronti dell’Esogest si usino due pesi e due misure, quanto meno, sul piano dell’attenzione. “Il presidente Zinzi l’ha scelta come sede di uno dei suoi appuntamenti elettorali prima dell’elezione con tanto di rinfresco e pasticcini – ha dichiarato – eppure, quando si è trattato di intervenire pareva che tutti avessero dimenticato l’Esogest”. Brancaccio sottolinea come l’intervento della Procura sia necessario per far luce sui rischi a cui potrebbero essere sottoposti i cittadini e sugli interessi forti che circolano sulla questione dei rifiuti. “Le omissioni credo siano di natura dolosa ed abbastanza evidenti da parte della Provincia, ma questo sarà il magistrato a chiarirlo – ha detto Brancaccio - ora mi diventa anche chiaro l’invito di un autorevole esponente di questa amministrazione provinciale, all’indomani della mia prima denuncia pubblica, a lasciar stare, perché il proprietario era un loro amico”.

Comune di Napoli sciolto: 31 consiglieri si dimettono, tutti a casa.



Alla fine e' stata raggiunta quota 31. Il centrodestra da alcuni giorni stava raccogliendo dimissioni di consiglieri per ottenere lo scioglimento anticipato dell'assemblea municipale di Napoli: un obiettivo politico, piu' che sostanziale (il mandato del sindaco Iervolino sarebbe scaduto comunque tra poche settimane), per evidenziare quello che viene definito "totale fallimento dell' amministrazione di centrosinistra". Oggi, con l'adesione degli ultimi "indecisi", i dimissionari sono diventati 31 su 61 (60 consiglieri piu' il sindaco), dando cosi' il via all'iter per il commissariamento di palazzo San Giacomo.

Esulta il centrodestra, che parla di "citta' liberata" ed auspica che il commissario prefettizio possa mettere sotto il microscopio gli ultimi bilanci del Comune. "E' stato un grande successo. Non hanno creduto alla nostra iniziativa e abbiamo colpito un atto di arroganza politica. Ora potremo conoscere anche la reale situazione delle casse comunali, non vorremmo doverci trovare con lo stesso disastro trovato da Caldoro alla Regione", dice il capogruppo del Pdl Carlo Lamura.

Per il commissario provinciale del Pd, Andrea Orlando, si tratta invece di una "iniziativa incomprensibile che sacrifica in nome della propaganda le esigenze della citta': e' uno spot che pagheranno i napoletani. Se l'obiettivo non fosse stato politico, avrebbero preso questa iniziativa mesi fa, invece l'obiettivo e' una foto da agitare in campagna elettorale. Ma questa foto costera' il blocco dei progetti in corso, la rinuncia ad opere pubbliche, una paralisi istituzionale che non ha spiegazioni". Dello stesso avviso il presidente dell'Anci Sergio Chiamparino, oggi a Napoli per la presentazione del suo libro: "Non cambia molto, e' stata una prova di forza a fini propagandistici del centrodestra".

A far toccare quota 31 hanno contribuito vari ex esponenti della maggioranza, che in momenti diversi si erano allontanati dal centrosinistra. Le ultime adesioni all'elenco dei dimissionari, in ordine di tempo, sono state quelle del consigliere Roberto De Masi, un lungo passato nello Sdi, oggi nelle file del Fli ("Abbiamo deciso di non far mancare il nostro contributo determinante per mettere fine alla negativa esperienza del centrosinistra", dice il coordinatore regionale dei finiani Enzo Rivellini) e di Carmine Simeone, politico di lunghissimo corso, un passato da assessore nel Psdi, eletto cinque anni fa con il Pd da cui era uscito nel 2009.

La loro decisione e' stata presa dopo la presentazione, oggi in Consiglio, di una mozione di sfiducia al sindaco, che sarebbe stata discussa in aula tra una decina di giorni. La mozione aveva gia' 31 firme (comprese quelle di De Masi e Simeone) quindi il Pdl ha chiesto in aula le dimissioni della Iervolino, "come atto di responsabilita"', ma l'interessata ha risposto che lasciare sarebbe stato "una comoda via di fuga: se la mozione sara' approvata andro' via, altrimenti considero mio dovere rimanere fino all'ultimo giorno".

In realta' la situazione e' precipitata nel giro di poche ore, segnando la conclusione anticipata dell'esperienza di due mandati, per complessivi dieci anni, del sindaco Rosa Iervolino, 74 anni, ex ministro degli Interni, degli Affari sociali e della Pubblica istruzione, personalita' di spicco prima della Dc, poi del Partito popolare e infine del Pd.